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Discussione: Cuori d'acciaio all'erta!

  1. #21
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  2. #22
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    Lunedì mattina la routine è ormai metabolizzata. Dormendo in ginnica, si pompa meglio la notte e al mattino siamo già pronti. Bastano cinque minuti scarsi per lavarsi e radersi. Durante la corsa Morabito procede impettito in testa al gruppo. Chissà se Pozzi gli ha detto di ieri mattina e svelato il mio trucchetto. Lo scoprirò presto. In vista della Compagnia si gira, io vado verso la sua sinistra. Abbocca, e lo sorpasso a destra. Arrivo con le braccia al cielo, pieno di felicità. Che dura un attimo. Vengo strattonato, mi giro di scatto, spintono Morabito sibilando: - Quella mano te la taglio.
    Lo fisso furioso, pronto a tirargli un pugno in faccia.
    Arriva Pozzi: - Che succede?
    L’istruttore si ringalluzzisce, ma a parole. Le mani restano sui fianchi: - Chi stramin chia ti credi di essere?!
    Muoio dalla voglia di fargli una pernacchia - Comandi. Non hai detto di sprintare?
    - Min chia, no! La prossima volta ti piglio a calci in culo!
    Sorrido, mormorando: - Bip Bip.

    Alla “radunata” Morabito ha recuperato il buonumore: - Allievi, ho appena visto un mio paesano della Maggiorità. C’è una voce sulla vostra destinazione.
    Nel silenzio carico d’attesa, il caporale scandisce: - Siena, V Battaglione El Alamein!
    Diversi volti s’incupiscono al sentire la destinazione più operativa e più temuta. Ostento, sprezzante, il mio sorriso di soddisfazione.
    - Vi aspetta un anno che neanche riuscite a immaginare. Alla fine sul ruolino avrete più lanci che libere uscite. Per il resto pattuglia, punito, servizio, campo, servizio, punito, pattuglia, punito, campo, servizio. Morireee!
    Altri volti s’incupiscono. Io continuo a sorridere.
    - E scordatevi casa, “licenza” è una parola vietata a Siena. Botti, dal primo all’ultimo giorno!
    Raffica di stecche dei caporali, rimango l’unico a sorridere.
    - Orecchioqua, allievi! Non dico queste cose per spaventarvi, noo. Per stimolarvi. Dare sempre il massimo, durissimi, cazzutissimi. Al corso AGI vanno solo i migliori. Come me.
    Alzo il braccio destro: - Comandi!
    - ‘Zzo vuoi?
    - Comandi. I migliori sono come te?
    - Direi. E allora?
    - Comandi. Io finirò a Siena certamente.
    Sghignazza compiaciuto: - Min chia, l’hai capito.

    In camerata mi abbandono all’entusiasmo: - Allievi, si va in guerra!
    Gli altri oscillano fra la tentazione di mandarmi a fanculo e quella di annegare nel proprio dolore. Li osservo disgustato: - Suicidatevi, morfine!
    Tra sguardi furiosi e tristi sospiri, continuo: - Preferite stare dieci mesi qui, a schiantarvi i coglioni di noia?
    Basile, per l’occasione, sfodera un po’ d’italiano: - E fari tanti lanci?
    Sanna, felice, annuisce.
    S’aggiungono altri: - E andare continuamente al poligono?
    - E in licenza ogni fine settimana?
    - E al mare d’estate?
    Calegari sorride: - Tutto sommato, a me non dispiacerebbe.
    Scuoto la testa: - Siete dei fantozzi di merda.

    Pomeriggio, durante la pausa-foto tutti posano festosi sotto la Torre, faccia feroce e fucile. Lo sten osserva compiaciuto: - Saranno pronti per il giuramento?
    Morabito: - Comandi. Fra tre settimane saranno così pronti, che potranno andare in battaglia.
    L’ufficiale sospira: - Darei un braccio per un giorno di guerra.
    Gira gli occhi, s’accorge di me: - Allievo, non le piacciono le foto?
    - Comandi. Negativo.
    Mi scruta, alza gli occhi verso la Torre: - Oppure ha paura?
    Infastidito, urlo raucamente: - Comandi. Non conosco il significato di questa parola!
    Morabito, in faccia un ghigno velenoso, confabula con lo sten. Che sorride: - Dimostrare, allievo. Mi dicono che lei già conosce le procedure.

    Poco dopo mi ritrovo imbragato, paracadute d’emergenza sul ventre, elmetto da lancio, in fila con altri davanti alla Torre. Si sente sferragliare la carrucola e gli allievi urlare. Intorno a me, brusio e facce preoccupate. Sull’altro lato un gruppetto silenzioso, quelli che hanno rinunciato. Salendo lentamente i gradini in cemento, incrociamo altri che scendono a testa bassa, inseguiti dalle urla e gli insulti di qualche caporale. Sulla piattaforma la fila avanza rapidamente, quasi non c’è il tempo di cagarsi sotto. Respiro profondamente, quello davanti a me si blocca. L’istruttore ripete il comando: - Vai!
    Lui, dita avvinghiate ai montanti del cancelletto, scuote la testa.
    L’istruttore lo afferra, scostandolo. Il vuoto si apre sotto di me.
    Pacca sulla spalla: - Via!
    Scatto avanti, lo stomaco mi rimbalza in gola, urlo: - Milleuno, milledue, milletrè!
    Vado sempre più veloce, sbatacchiato di qua e di là. Estraggo il paracadute d’emergenza, lo getto avanti e in basso, muovendo freneticamente le mani per farlo gonfiare. Ma la calotta è stracciata, e mancano molte funicelle. Saranno finite sugli stivaletti di qualcuno. Infine, quando sto per schiantarmi, si gonfia un pochino. Atterro violentemente, rotolo, torno in piedi bestemmiando. Un sogghignante Morabito mi riconduce dagli altri.
    Lo sten: - Non male, allievo. Lanci?
    - Comandi. Ventuno.
    L’ufficiale, stupito: - Più di me.
    Morabito, smorfia indispettita: - Quei lanci non valgono una min chia, sono salti da civile.
    M’irrigidisco: - Comandi, caporale. Guerrieri si nasce.

    continua...
    Ultima modifica di gagliardi; 16-05-20 alle 10: 49
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  3. #23
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    Fine orario addestrativo. Calegari, in drop, si prepara per andare a catechismo e poi chissà. Dalmasso, fornitore ufficiale di Marlboro all’Olimpo, coi caporali ha pochi problemi. A differenza di Basile, che fuma MS ed è più facilmente passibile di punizione. Come accade puntualmente per posto-branda in disordine: - Basi’, ‘mpàrate a fa’ ‘stu sfaccimme ‘e cubo. O accattate ‘e Mmarbòro!
    Il siciliano mi manda a fanculo. Guardo Sanna, che non esce mai, e ha spedito a casa tutti i soldi della decade: - Andiamo a vedere la Torre?
    Indica, stupito, quella della Gamerra: - Sa Torri in-ghidd’ara?
    - Min chia, Sanna! Lo vuoi parlare un po’ d’italiano?!
    Lui, braccia conserte, sguardo offeso: - Sardossono!
    - E che caxxo, la Sardegna sta in Italia. Dicevo la vera Torre di Pisa, quella pendente.
    Aggrotta le sopracciglia. Aggiungo, inclinando l’avambraccio: - Pendente, storta.
    - Sthortigga?
    - Sì, non la conosci?
    Scuote la testa, salta giù dalla branda: - Ajò!
    - Ce l’hai i soldi il biglietto?
    Dalmasso ridacchia: - Te li presto io. Tanto me li ridai, come dici sempre.
    Il sardo lo guarda malissimo: - Sa fide nostra no la pagat dinari.

    Usciti, raggiungiamo Piazza dei Miracoli. Sotto la Torre, Sanna sgrana gli occhi. E rimane incantato a fissarla. Gli dò una mezza gomitata: - Allora?
    Riflette un attimo: - Sthrambu.
    Dalmasso: - Adesso saliamo. Magari, insieme a qualche bella straniera.
    In quel momento ce ne passa davanti un gruppo, tutte bionde.
    Sanna sorride: - Masciotte. Ajò!
    Mi scappa una ghignata: - Turisti della pucchiacchera, ci vediamo dopo.

    Su dove si trovi la SIP, ho preso informazioni in caserma. Se aspettavo di saperlo dai cortesissimi pisani, arrivavo al congedo senza telefonare. Raggiunta rapidamente la stazione ferroviaria, trovo l’ufficio del telefono, riesco a parlare con Beirut. Ma in casa c’è solo la madre. Mi conferma che Sophie sta bene, e tornerà a casa nel giorno di Natale. Prometto di richiamare, attacco la cornetta. Rinfrancato, percorro la via lanciando sguardi alle vetrine addobbate. Davanti a me, un’auto parcheggia. Scende una figura nota, ma abbigliata in maniera inattesa, dirigendosi verso un portone. Lo segue una ragazza, che apre. I due spariscono nell’edificio.

    In Piazza dei Miracoli non trovo Dalmasso né Sanna. Forse hanno agganciato le turiste. Improbabile. Ma, in una piazza con questo nome, possibile. Ormai è buio, sta ricominciando a piovere, decido di tornare in caserma. Varcato il portone, corro verso la Compagnia. Nel piazzale echeggia un cigolio, la voce del Terribile: - Allievo!
    Mi paralizzo su un immediato attenti, urlando: - Comandi!
    Il velocipede s’arresta davanti a me: - Dove vai?
    - Comandi. In mensa.
    - Vieni in palestra. Mangi dopo, se hai ancora i denti - E pedala via nell’ombra, seminando echi sghignazzanti.
    Ricomincio a correre, pensando a quello strano personaggio. A dispetto del soprannome, con me è simpatico. Come può esserlo un maresciallo della Folgore, ovviamente. Sempre su quella bici antidiluviana, sembra una specie di Centauro. Probabilmente nutre i suoi pugili a carne umana. Di allievo, direi, qui si spreca. Divertito e sovrappensiero, incrocio Pozzi in ginnica e borsone sulla spalla: - Comandi. Vai in palestra?
    - ‘Zzi miei, allievo.
    Il sorriso si smorza sul nascere, aggiungo: - Comandi. M’ha invitato il Terribile.
    Senza prendersi il fastidio di voltarsi, batte la stecca e sparisce.
    Rientro di corsa per mettermi in ginnica. Basile, meravigliato: - Unne min chia vai?
    Riempio il borsone con scatti rabbiosi: - Me voglio sfizià ‘nu poco.

    continua...
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  4. #24
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    Apro la porta della palestra, l’aria sa di olio canforato e sudore. Sorrido al profumo familiare. I pugili, impegnati al sacco o alla corda, si girano a guardare. Sul ring, tra due che fanno i guanti, il Terribile in tuta: - Vai a cambiarti.
    Seduto nello spogliatoio, sto passando la benda fra le dita. La porta cigola. Un ragazzo alto, in calzoncini e canottiera, sputa il paradenti nel palmo fasciato: - Allievo, come caxxo è che sei qui?
    - Invito del Terribile.
    - Autorizzato per corda e sacco. Ma non provare a salire sul ring - Mette in bocca il paradenti, esce sbattendo la porta.
    Finisco di fasciare le mani, stringendo bene il nodo sui polsi.

    Mentre facevo corda, gli altri non m’hanno degnato d’uno sguardo. E nemmeno il Terribile, che continua a stare sul ring. Vedo un sacco libero. Infilo i guantini, guardo l’orologio sulla parete, pochi secondi all’inizio. Ma quando giro gli occhi, Pozzi abbraccia il sacco: - È mio.
    - L’hai comprato?
    - Lo sto usando io, allievo.
    La voce del Terribile: - Lascialo provare.
    Pozzi, malvolentieri, si scosta. Il gong suona automaticamente, comincio a tirar pugni. Serie di due-tre colpi, mezzo passo indietro, di nuovo una serie. Al nuovo suono del gong, mi fermo. Il Terribile, braccia poggiate sulle corde: - Quanto pesi?
    - Comandi. Sessantadue.
    - Lascia perdere le formalità in palestra. Sei basso per i leggeri, non puoi scendere di categoria?
    - Ho provato un match nei superpiuma, ma il peso è stato una faticaccia.
    - Nei dilettanti non ci sono i superpiuma.
    - Faccio i dilettanti solo nella boxe inglese.
    In quel momento suona il gong e riprendo a picchiare il sacco. Stavolta con serie più lunghe, affondando i colpi. Quando il Terribile urla che sono gli ultimi trenta secondi, parto con colpi velocissimi, gridando e gemendo per lo sforzo. Finché vado in presa, e rifilo al povero sacco una raffica di ginocchiate. Finisco con una gomitata volante e un urlaccio.
    Il gong suona, gli altri mi guardano stupiti. La voce del maresciallo: - Qui non si fa kung-fu.
    - È boxe, come la fanno in Tailandia.
    Pozzi, sarcastico: - Ma chi sei, Bruce Lee?
    Il Terribile: - Vuoi provare un paio di round?
    Annuisco, infilo paradenti e guantoni, salgo sul ring. Il maresciallo ghigna, mettendomi il caschetto: - Lui è un welter, diversi chili e molti centimetri più di te. Attento al jab, non farti chiudere alle corde. Se va troppo pesante, fai un passo indietro e alza le braccia.
    Gli lancio un’occhiataccia, raggiungo il centro del ring. Il mio avversario viene avanti, aggiustandosi il caschetto coi guantoni. È quello del benvenuto nello spogliatoio, sibila attraverso il paradenti: - ‘Zzi tuoi, allievo.

    Suona il gong, comincio a girare. Il suo jab scatta come una saetta. Rapido, preciso, doppiato dal destro dritto. Continuo a girare, guardia alta, e a prendere colpi. Cerco di chiudere la distanza solo per sbattere contro i suoi pugni, o essere mandato a vuoto dalle sue schivate. Suona il gong senza che praticamente l’abbia mai centrato. All’angolo schiumo di rabbia, arriva il Terribile: - Basta così?
    Scuoto la testa, alzo i pugni, vado verso il centro del ring.
    Il mio avversario sembra sorridere: - Adesso ti butto giù.
    Mordo il paradenti: - Vaffanculo.
    Al gong l’aggredisco immediatamente con colpi larghi. Che lui evita indietreggiando. Lo incalzo, spingo il destro con tutta la spalla. Lui oscilla sul busto, vengo avanti per centrarlo col gancio sinistro.
    Si spegne la luce.
    Riapro gli occhi seduto sul ring. Il Terribile, inginocchiato, ridacchia: - Non hai visto il montante?
    Rimango in silenzio, intontito.
    - Va bene, basta così.
    Scuoto la testa, con un po’ di fatica torno in piedi.
    In quel momento suona il gong, ognuno torna al suo angolo.

    Vedo il Terribile confabulare col mio avversario e poi venire verso di me. Torno dritto: - Sono pronto.
    - Non c’è bisogno, ragazzo.
    - Sì che c’è.
    - Quello è un pugile di livello nazionale.
    - E io lo butto giù.
    Il gong suona, vado al centro del ring.
    Sono furioso, tengo le braccia basse, lo provoco. Resta per un attimo perplesso, poi ricomincia a saettare il jab. Oscillo sul busto, non alzo la guardia, rido. Vedo i suoi occhi farsi piccoli, parte il diretto. Gli vado incontro, abbassandomi e caricando il sinistro. Il suo montante mi sfiora. Il mio pugno arriva troppo largo, lo colpisco con l’interno del guantone. Istintivamente afferro il suo collo, il mio ginocchio scatta in automatico.
    Sento la rotula sprofondargli nella pancia, un grido soffocato, e lui sgonfiarsi.
    Faccio un passo indietro. Ai miei piedi il pugile di livello nazionale, carponi, incapace di respirare.
    Travolto da un turbine di gioia, comincio a saltellare per il ring, braccia alte: - Adrianaaa!!!
    Il Terribile mi ringhia in faccia: - Vatti a cambiare immediatamente!

    Faccio la doccia, che in palestra è calda. Peccato non poter tornare a godere di questo lusso inaudito. Mentre mi rivesto, sento che gli altri proseguono l’allenamento. La porta si apre, entra il maresciallo: - Che caxxo t’è saltato in mente?
    - Marescia’, quello m’ha abboffato di pugni, io gli ho dato una ginocchiata sola.
    - È contro le regole.
    - Senz’offesa, marescia’, ma al paese mio la boxe con le regole la fanno in parrocchia i chierichetti.
    Le sue labbra si storcono, non capisco se per un sorriso o di fastidio: - Qui facciamo boxe inglese, con regole, guantoni e tutto. E non siamo chierichetti.
    Annuisco.
    - Quelle stronzate alla Bruce Lee, le vai a fare da un’altra parte.
    Annuisco nuovamente.
    - E domani sera ti aspetto qui, allievo.
    Lo guardo stupito: - Davvero?
    - Solo pugni, però.
    Sorrido: - Promesso, marescia’.
    Ultima modifica di gagliardi; 17-04-20 alle 18: 47
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  5. #25
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    Torno in camerata, incredulo e felice. Calegari osserva perplesso la mia faccia: - Che hai fatto in palestra?
    - Guanti.
    Ridacchia: - Il sacco, vuoi dire.
    Lo guardo male: - Vieni con me.
    Stupito, mi segue. I bagni sono vuoti, mormoro: - Oggi ti ho visto. Con una ragazza.
    Sorride: - Non è bellissima?
    - Eri pure in borghese, ma che caxxo fai?!
    - Entro in un bar e mi cambio, come tutti.
    - È la figlia d’un colonnello, Cale, stai rischiando il culo! Vuoi finire veramente a Gaeta?!
    - Non mi frega.
    - Non ti frega? Come non ti frega?! Che caxxo vuol dire non ti frega?!?!
    - Io la amo.
    Lo fisso sbalordito: - A te tutta ‘sta religione t’ha scuncecato ‘a capa.
    - Ma va’ là, terùn! Alessandra mi lascia, il giorno dopo incontro la mia Fede, cioè Federica. È un segno divino.
    - Credi che la sottana del prete ti salverà dal colonnello?
    Gli scappa un sorrisetto: - Intanto sono esentato dai servizi, e costantemente in libera uscita. Ma soprattutto, ed è il vero miracolo, ho lei - Sospira - Anche un ateo come te può trovare la fede.
    - La fede che c’è alla Gamerra, mi sa che l’hai trovata tutta tu.
    Passi frettolosi, un noto urticante vocione: - Gagliardi!
    Alzo gli occhi, Morabito mi osserva. E sghignazza: - Ho sentito che sei stato in palestra. T’hanno imparato un po’ di disciplina?
    - Comandi. Manco per il caxxo.
    Il ghigno si gela in una fenditura maligna: - Dormi preoccupato.

    È tardi, il mio turno di piantone sta per finire. Non è che alla fine non vengono? Accolgo il rumore di passi quasi con sollievo. Gli anziani entrano in bagno. Per primo Pozzi. Dietro di lui l’intera popolazione dell’Olimpo. Dovrei sentirmi lusingato.
    - Allievo!
    Vado sull’attenti: - Comandi.
    - Non voglio più vederti in palestra.
    - Comandi. Neanch’io ci voglio tornare.
    Sul viso di Pozzi un ghigno soddisfatto.
    Infastidito, aggiungo: - Troppe regole. Non mi diverto.
    Volto contratto, mi urla in faccia: - Non vali un caxxo! Non sei un pugile! Non entrerai nel gruppo sportivo, mai!
    Rimango faticosamente impassibile: - Comandi. Nemmeno ci penso.
    Ridacchia sprezzante: - Ah no?
    - Comandi. Mi sono arruolato per fare il parà, non l’imboscato.
    Impallidisce: - Ti spacco i denti…
    - Se vuoi un testa a testa, per me va bene.
    Sibila: - Domani, in palestra.

    Al mattino sembra tutto normale. Morabito stron zo non più del solito. Pozzi praticamente non mi capita d’incrociarlo. In mensa ho l’impressione d’essere osservato dagli anziani. Non ci faccio caso. Dopo la “radunata”, veniamo condotti in auletta di Compagnia da un sogghignante Morabito: - Prestissimo, montare di guardia!
    Entra lo sten, scattiamo in piedi. L’ufficiale ci fa sedere con gesto spiccio. Come a scuola, ma stavolta la materia m’interessa. Sopra la cattedra c’è un fucile poggiato sul bipiede.
    - Questa è l’arma individuale in dotazione alle truppe paracadutiste, il Fucile Automatico Leggero BM-59 Ital-para, calibro 7,62 NATO, detto FAL. Principali caratteristiche: calcio metallico ripiegabile, impugnatura a pistola, tromboncino staccabile.
    Voce calma, termini chiari e precisi, si dilunga sulle specifiche tecniche. Lunghezza, peso con caricatore e senza, munizioni, cadenza di tiro, velocità alla volata, portata utile eccetera. Io prendo appunti furiosamente.
    - Basta teoria. Un soldato si vede dalla pratica.
    Lentamente, dimostra come smontarlo e rimontarlo: - Qualcuno vuole provare?
    Schizzo in piedi, sbatto i palmi sulle cosce: - Comandi!
    Vado alla cattedra, sperando di non essere troppo arrugginito. Non tocco un’arma lunga da quattro mesi, mi sento eccitato. Afferro il fucile, gustando il fresco del metallo sui palmi. Un attimo d’esitazione, le dita partono veloci. Lo smonto e rimonto rapidamente, tranne qualche piccolo problema con presa del gas e pistoncino. Lo sten osserva stupito mentre torno a sedere.

    In mensa l’impressione del mattino diviene una certezza. Mi guardano tutti, anziani e allievi. Cale mormora: - Che hai combinato stanotte?
    - Niente, perché?
    - Gira voce che hai sfidato Pozzi.
    - Non è andata proprio così.
    Ridacchia: - Ti serve un secondo per il duello?
    - Vaffanculo.
    - Meglio. Io non posso, devo andare in chiesa. Chiedi a Bottero, forse viene con l’ambulanza. Se faccio in tempo, passo per l’estrema unzione.
    Le mie mani, piegate nel gesto delle corna, schizzano al basso ventre: - Sciò, sciò, ciucciuè! Aglio, fravaglie, fattura ca nun quaglia!
    Ride: - Sei superstizioso, figa, terùn d’un terùn.

    Ho voglia di caffè, entro allo spaccio. Un sacco di gente si gira. Andando verso la cassa, vedo alcuni mormorare, altri ridono. Il caporalmaggiore bergamasco: - Gagliardi!
    M’avvicino, stupito per quella familiarità: - Maggiore.
    Sorride: - Per te sono Rebussi. Vuoi il caffè?
    Annuisco, prendo i soldi.
    - Ma che fai? Offre la casa.
    - Grazie.
    Mi rifila una pacca: - Ho scommesso su di te.
    Bevuto il caffè, incrocio Pozzi. Gli sibilo: - Hai fatto un bel po’ di pubblicità.
    - Non sono stato io, allievo.
    Alle sue spalle il faccione sghignazzante di Morabito: - Chimmin chia, Gaglia’, è una caserma così tranquilla, non succede mai niente.

    Fine orario addestrativo, torno in camerata. Silenziosamente comincio a mettermi in ginnica. S’avvicina Dalmasso, mormorando: - È stato un onore conoscerti.
    Spunta Calegari, intento ad annodare la cravatta: - Vuoi confessarti?
    Basile terge una lacrima, intonando triste: - Vitti na crozza supra nu cannuni…
    Sanna, appollaiato sulla branda, mi benedice dall’alto.
    - Guagliu’, ve lo dico in italiano, almeno capite tutti - Guardo Sanna - O quasi.
    Poi, con ampio gesto del braccio, declamo: - Andate a fare pompini inginocchiati nella merda.
    Dalmasso, incuriosito: - E in lingua originale?
    - ‘Gghiate a fa’ ‘e bucchine cu ‘e denucchje int’a ‘mmerda!
    Calegari, compiaciuto: - Così è molto meglio.
    Ultima modifica di gagliardi; 16-05-20 alle 11: 03
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  6. #26
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    Apro la porta della palestra. Solito odore, forte brusio, il locale è pieno di anziani e graduati. Sul ring si sta scaldando Pozzi. Una voce: - Allievo!
    Dalla folla avanza il pugile di livello nazionale, al secolo caporalmaggiore Favero: - Allora sei venuto, bene.
    - Il maresciallo?
    - Arbitro io, problemi?
    - Mi rimbalza.
    Vado verso lo spogliatoio, inseguito da un’onda mormorante.
    Quando esco, il brusio è cresciuto d’intensità. Tra una selva di sguardi ostili o divertiti, mi viene incontro un caporalmaggiore in ginnica e asciugamano al collo: - Ciò, mulo, come xè? Sono il tuo secondo, me ciamo Max.
    Sorrido al forte accento triestino: - Andrea. Ne capisci di boxe?
    - ‘Bastanza, mulo. Prima di congedarsi, Macho m’ha chiesto di darti uno sguardo.
    Salgo sul ring rinfrancato, comincio a sciogliere i muscoli. Max m’aiuta a infilare i guantoni. Vedo che sulla tuta, non più nascosto dall’asciugamano, c’è il distintivo da Istruttore Palestra: - Occhio al suo destro, c’ha la castagna. Non è molto tecnico, ma attacca sempre. Tu gira, non farti chiudere. Mi son messo d’accordo per tre round di due minuti. Pozzi, però, vuole senza caschetto. Va bene?
    Annuisco.
    Mi dà una pacca: - Quanti match hai?
    - Sette. Cinque vittorie.
    - Gli altri due?
    - Squalificato.
    Ridacchia: - Ne ho sentito parlare.

    Favero ci chiama al centro del ring, avvisa che non saranno tollerate scorrettezze e colpi proibiti. Pozzi mi fissa dritto negli occhi, ricambio lo sguardo.
    Tornato all’angolo in attesa del gong, Max sibila: - Spaccalo, Andre!
    La campana suona, mordo il paradenti, alzo la guardia.
    Pozzi si precipita, mulinando colpi. Mi sposto, guardia sempre alta. Lui continua ad avanzare con irruenza. Provo a girare, tenendomi lontano dal suo destro. Ma finisco presto all’angolo, tra le urla d’incitamento del pubblico. Sento i suoi pugni rimbalzare sulle mie braccia ben chiuse. Lui ha un attimo di pausa, io scarico montante e gancio. Il guantone lo centra tra spalla e collo, lui cade indietro. L’arbitro si precipita, gli fa segno di rialzarsi.
    Lo guardo male: - Non lo conti?
    - È scivolato. Boxe!
    Scambiamo altri colpi, tra le urla del pubblico, fino al gong.

    All’angolo Max sembra contento: - Bene, ma gira di più.
    - Io gli rompo il culo.
    - Pensa a finire in piedi.
    Scuoto la testa, suona il gong.
    Non ho nessuna intenzione di lasciare a lui il centro del ring. Scambiamo cazz otti sempre più forti. Le grida aumentano, mentre andiamo in clinch. Cerco di colpirlo con un montante e uscire doppiando col gancio, ma sento la sua testa rimbalzarmi sopra l’occhio. Lo spingo via, incazzato. L’arbitro mi ferma: - Non spingere!
    Passo il guantone sul sopracciglio, striscia di sangue. Bestemmio.
    L’arbitro guarda il mio avversario: - Testa alta. Boxe!
    Pozzi scatta come una furia. Indietreggio, seguito da una raffica di pugni. Tutti mirati al sopracciglio. Finisco all’angolo, tra una bolgia di grida e incitamenti: - Buttalo giù!
    - Ammazzalo!
    Mi chiudo il più possibile, sull’occhio destro scende un velo rosso. Suona il gong.

    Lui torna al suo angolo con un sorrisetto, io al mio sacramentando. Siedo sullo sgabello, sputo il paradenti nel secchio dell’acqua. Max tocca il sopracciglio: - È spaccato, non puoi continuare.
    Lo guardo malissimo: - Metti il ghiaccio, ferma il sangue, fai qualcosa.
    - Un altro pugno e si apre tutto. Vuoi rischiare l’occhio?
    - Voglio dieci secondi.
    Scuotendo la testa, Max tampona la ferita.
    Suona la campanella, il mio avversario è già al centro del ring. Un po’ stupito quando stendo le braccia e sollevo i talloni, quasi danzando. Parte il suo jab, lo svio, con tutta la rabbia gli tiro un calcione sulla gamba d’appoggio. Sento la tibia affondare nella sua coscia, lo vedo saltare per aria, e crollare a terra urlando.
    Si scatena un uragano di fischi, Favero urla: - Squalificato! Squalificato!
    Mentre tutti inveiscono, si spalanca la porta: - Caxxo è ‘sto troi aio, ‘rcodioo?!
    Silenzio immediato, il Terribile si guarda intorno. I suoi occhi indugiano su di me: - A cambiarti!

    Dopo la doccia infilo la ginnica e medico la ferita. Compare la figura imponente del maresciallo. Sono pronto alla sfuriata, e ai prevedibili giorni di consegna. Se non altro secondo Macho la Erre dei primi sei mesi non si sconta. Spero non sparasse min chiate, dal ruolino sembrava un vero esperto.
    Il Terribile s’avvicina, osservando il sopracciglio: - Come va?
    - Non è niente.
    - Vai in infermeria.
    - Non voglio marcare visita.
    - Hai rotto i coglioni. Obbedisci!
    Testa bassa, chiudo la borsa. Il maresciallo mi scruta: - Hai finito, o devi mettermi KO tutta la squadra?
    - Lo so, non dovevo accettare la sfida. Ma…
    - Ma?
    - Non potevo rifiutare.
    Annuisce, mi sembra, ridacchiando: - Sparisci.

    Bottero m’ha ricucito, cinque punti. Durante il contrappello lo sten non dice una parola. Accanto a lui Morabito. Escono rapidamente, dopo aver gettato in cortile diversi cubi. Ma non il mio. Nessuno viene a farci pompare durate la notte.
    Al mattino solita sveglia condita di min chia e bestemmie, barba a razzo, novanta secondi per allinearsi in cortile. E via per la reazione fisica. Corsa, flessioni e addominali sono un tormento, ma resisto. Tornati in Compagnia, il solito comodo margine di novanta secondi per cambiarci e scattare pronti alla “radunata”. Al suono del terzo squillo siamo schierati nel piazzale. Secco comando, scatto sull’attenti nonostante il dolore. Girando le pupille, non vedo Pozzi. Canto a squarciagola l’inno nazionale.

    A rapporto dallo sten, attendo inquieto sull’attenti. L’ufficiale dà il riposo: - Che ha fatto ieri sera, allievo?
    - Comandi. Guanti in palestra.
    - Non si usa il caschetto?
    - Comandi. Era solo allenamento, non serviva.
    - Vedo. Ha intenzione di far denuncia?
    - Comandi. Non c’è niente da denunciare.
    S’appoggia allo schienale, un mezzo sorriso: - L’ho tenuta d’occhio, Gagliardi, e credo che lei abbia la stoffa per diventare un buon tigrotto.
    Gongolando come Giro-Batol davanti a Sandokan, m’irrigidisco: - Comandi. Grazie.
    - Purtroppo nel suo fascicolo risultano dei precedenti politici che m’impediscono di proporla per il corso AGI.
    Soffoco stupore e sollievo, lo sten mi scruta prima di continuare: - Però un modo per farle avere i gradi ci sarebbe, restando alla Gamerra.
    - Comandi. Non so.
    - Pessima risposta, allievo. Chi esita, muore. E un parà sa sempre cosa fare. Come le dicevo, se lei si comporta bene in questi dodici mesi, potrebbe raffermarsi e passare sergente.
    Lo guardo un po’ confuso: - Comandi. Veramente io...
    - Lei cosa, allievo?
    - Comandi. Sono orgoglioso di essere nella Folgore ma…
    - Le fa schifo donare alla Patria più di dodici mesi?
    - Comandi. Alla Patria, come ha visto nel mio fascicolo, ho donato la giovinezza. Adesso altri dodici mesi. Ma poi basta.
    Sul volto dello sten un sorriso di scherno: - Lei è solo un teppista. Non ha i coglioni per diventare un soldato.
    Prima di rendermene conto, ho già risposto: - Comandi. Guerrieri si nasce.
    L’ufficiale m’osserva, terreo in volto. Finché sibila: - Troverà lungo, allievo. Può andare.


    continua...
    Ultima modifica di gagliardi; 19-04-20 alle 22: 30
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  7. #27
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    Mattina fredda e cupa, il vento urla per la fatica di spingere le nubi. Si va al poligono. Ritiriamo i FAL in armeria, Calegari e Dalmasso ricevono un caricatore nastrato di rosso. L’armiere: - Allievi, occhio. Son colpi veri.
    Morabito ringhia: - Voi due seduti per ultimi, accanto al portellone. Colpo in canna e sicura.
    Dalmasso: - Comandi. Perché?
    - In caso d’attacco terroristico, coglione!
    Salgo sul camion: - Ma tu sei capace a sparare, Dalma’?
    - Che ci vuole?
    Strizzo l’occhio: - In caso d’attacco terroristico, il fucile dallo a me.
    Sul CM coi tendoni sollevati battiamo i denti, per il freddo e l’eccitazione. Dopo tanta marcia, passo e cadenza, flessioni e pulizie, finalmente si spara. Guardo gli altri: - Oggi ci divertiamo.
    Cale stringe il FAL: - Speriamo.
    - Chi visse sperando, morì cagando.
    Basile: - E chi min chia s’avi a fari?
    Mi scappa una ghignata: - Vivi sparando, e moriranno gli altri.

    Il poligono di Le Grepole, vecchia cava nel territorio di Vecchiano, dista pochi chilometri da Pisa. La colonna di CM è aperta e chiusa da jeep. I mezzi, luci accese, proseguono lentamente sulla statale. Transitiamo in un paesino con un unico semaforo, rosso. Il convoglio si ferma. Tre ragazzi confabulano, osservandoci. Mormoro a Dalmasso: - Allievo, occhio.
    Il semaforo diventa verde, la colonna ricomincia a muoversi.
    I ragazzi urlano insulti e battono la stecca.
    La jeep di coda frena immediatamente, scende un caporalmaggiore. I tre scappano, il graduato ne afferra uno per il giubbotto: - Caxxo hai detto?
    Il ragazzo balbetta qualcosa.
    - Stai muto, sacco di merda! E quelle dita te le taglio, chiaro?!
    Il giovane annuisce, impaurito.
    Arriva di corsa lo sten: - Che succede?
    Il caporalmaggiore lascia la presa: - Comandi. Due chiacchiere coi civili.
    Ripartiamo, bisbiglio a Dalmasso: - Perché non hai sparato?
    Sgrana gli occhi: - Come?!
    Ridacchio: - Erano vicini, forse li centravi.

    Nell’attesa ripasso mentalmente quel che ho imparato a Beirut. Qui si spara in posizione prona. Inserisco il caricatore da venti colpi, controllo sia ben agganciato, mi sdraio. All’elmetto non sono abituato, me lo aggiusto con la destra. Occhiata al selettore. È in basso, sul colpo singolo. Valuto la distanza, osservo le tacche di mira, regolo la diottra. Il caposquadra, inginocchiato accanto a me: - Che min chia combini, allievo?
    - Comandi. Il mirino è sballato.
    - Caxxo vuoi capire tu? Li regola l’armiere.
    Cerco di controllare la respirazione. All’ordine, istintivamente, schiaccio il grilletto a doppietta. Uno-due. Pausa. Uno-due. Pausa. Così facendo, finisco il caricatore per ultimo.
    - Come min chia spari, allievo?
    - Comandi. Sparare non è premere il grilletto, ma centrare il bersaglio. Scommetto che faccio più centri di te, caporale.
    Lui, tanto per cambiare, s’incazza. Sequestrato il secondo caricatore, mi manda in fila con chi ha già sparato. Torno indietro bestemmiando e rimango a guardare, pieno d’invidia, gli altri che svuotano rapidamente dai proiettili la seconda scatola metallica. Arriva Cale, faccia goduta: - Perché non hai sparato anche a raffica?
    - Per non farvi fare la seconda figura di merda.
    Ride: - A me s’è infilato un bossolo nella Verde, figa quanto bruciava!

    Tutti gli allievi hanno provato il sacro brivido profumato di cordite. È la volta dei caporali, che consumano allegramente le munizioni sequestrate a noi. Infine torniamo ai CM. Prima di salire, chiedo a Morabito se per caso sa il mio punteggio. Ringhia infastidito, sventolando un foglio coi risultati: - C’hai avuto culo, mostrissimo.
    Quel che lui chiama culo, sono diciasette centri su venti. Nove al tronco, otto alla testa. Mi scappa una ghignata: - Vedo che ne hai fatti nove. Hai avuto culo anche tu, caporale.
    Ultima modifica di gagliardi; 23-04-20 alle 23: 46
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  8. #28
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    non so se postare sul topic sia la cosa giusta, ma volevo chiedere? Come facevi ad avere cosi tanta esperienza sia in ambito sportivo che militare a quella giovane età?

  9. #29
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    Il Gagliardi del racconto è un personaggio immaginario, protagonista di un romanzo ambientato, al momento, nella Folgore. Per ricreare l'ambiente ricorro ai ricordi di naja. Non farti sviare dalla narrazione in prima persona, è solo una tecnica per dare vivacità al testo.
    Quando sono andato a militare non avevo nessuna conoscenza delle armi, e come me tutti i miei commilitoni. Alcuni elementi del racconto sono puramente narrativi, cioè non corrispondono alla realtà, come la palestra dei pugili. Quella chiavica dell'istruttore, invece, è reale
    Ultima modifica di gagliardi; 23-04-20 alle 23: 48
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  10. #30
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    In caserma passo davanti alla fureria e mi ritrovo in tabella, punito da Morabito. Motivazione, atteggiamento irrispettoso. Due giorni. Gli spaccherei la testa, ma è in libera uscita. Forse ci penseranno i pisani. Esce il furiere: - Gagliardi, dal capitano!
    Sbatto le mani sulle cosce: - Comandi! - E schizzo via.
    Mi chiedo preoccupato cos’avrò fatto di così grave da scomodare quella specie di divinità, temuta e venerata da tutti. Massiccio oltre l’umano, come si dice qui, il capitano è ai nostri occhi l’incarnazione di ogni virtù militare e morale. Di lui, grazie a radio naja, si sa che per motivi disciplinari non ha fatto una gran carriera, difatti è più vecchio dei suoi parigrado. Si mormora di violenti alterchi con le autorità civili di Livorno, e d’una spedizione punitiva in un paesino dove avevano massacrato di botte due soldati. I suoi parà vuole punirli solo lui.
    Entrato, su un attenti di monumentale formalità urlo la presentazione. L’ufficiale, seduto, mi scruta. Sulla scrivania un faldone pieno di carte, la voce è un borbottio ringhioso: - Quand’è arrivato il tuo fascicolo, già alto una spanna, aveva un timbro rosso. Rompicoglioni. Sei qui da nemmeno due settimane, e ci trovo svariati giorni di consegna nonché una rissa coi civili.
    - Comandi. Sono stato provocato.
    Fa una smorfia: - Già. E sempre questo atteggiamento irrispettoso. Ma che caxxo sei venuto a fare, Gaglia’, a rompere i coglioni?
    - Comandi. Signornò.
    - Meglio così. Dove hai imparato a sparare?
    - Comandi. M’ha insegnato un amico.
    - Un amico che usa il FAL?
    - Comandi. Signornò, l’AK-47.
    Dopo un attimo di silenzio, sbotta: - Sto cercando di capire chi caxxo sei veramente, Gagliardi. E secondo me sei un rompicoglioni. Ma non scassarli a me o t’infilo la canna del FAL su per il culo e ti sventolo a ogni alzabandiera. Chiaro?!
    - Comandi. Signorsì.
    - Puoi andare.
    Saluto, ruoto in senso antiorario, arrivo alla porta.
    - Ah, Gagliardi. Visto che spari così bene, il tuo comandante di plotone s’occuperà di te - Fa un gesto di congedo con la mano - Vai, vai.

    Nel suo ufficio lo sten m’accoglie sorridente: - Ho visto il suo punteggio ai tiri, complimenti.
    Lo guardo stupito: - Comandi. Grazie.
    Il sorriso s’allarga: - Un cecchino come lei, appena scaduta la punizione, deve ricevere il giusto riconoscimento. La notte di Natale, allievo, lei veglierà sulla sicurezza della caserma.
    Vorrei strangolarlo: - Comandi. Auguri anche a lei, tenente.
    Sogghigna: - Oh, grazie. Può andare.
    Saluto, rotazione antioraria, ancora quella voce fastidiosa: - Ah, Gagliardi…
    - Comandi.
    Sorriso perfido: - Mi chiedevo se, tra giorni di consegna e di servizio, riesce a trovare un minuto per tarare il mirino del mio FAL.
    Sbatto il tallone, mastico amaro, m’avvio in camerata bestemmiando.

    In branda, schiena poggiata al cubo, cerco di concentrarmi per scrivere.
    Ciao Sophie habibi,
    tutto bene? Spero di sì. Il mio servizio militare procede, non vedo l’ora che finisca per tornare da te. Mancano solo 351 giorni all’alba, come si dice qui. Se ci penso, mi sparerei in bocca col fucile. Ho tante cose da raccontarti. Appena riesco a uscire, ti telefono.
    Baci.
    Andrea.
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