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Discussione: Cuori d'acciaio all'erta!

  1. #1
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    Predefinito Cuori d'acciaio all'erta!

    In questi giorni m'è tornata fra le mani una vecchia cosa, iniziata tempo fa e mai finita, dove confluivano i ricordi di naja. Questo racconto d'ambientazione militare non è un testo veramente autobiografico. I particolari autentici servono a rappresentare i personaggi con realismo e vivacità, ma il protagonista ha una sua storia precedente alla naja (ragazzo difficile, con una passione per la vita militare e fidanzata a Beirut) mentre il ritmo degli avvenimenti è, per esigenze narrative, più serrato che nella realtà. Inoltre la vicenda è ambientata nel 1978, ma l'archivio memoriale a cui attingo risale a tre anni dopo. Ciò premesso, ho cercato di rendere attraverso una serie di quadretti gli avvenimenti salienti dei primi giorni, in cui si prendeva contatto con l'ignota e misteriosa realtà della naja. A differenza di quanto avviene oggi, il militare quasi nessuno voleva farlo, molti s'ingegnavano in ogni modo per evitarlo o addolcirlo e in ogni caso se ne sapeva veramente poco. La specialità paracadutisti veniva scelta durante la visita di leva, perlopiù abbagliati dall'uniforme del caporale reclutatore o sedotti da un filmato pieno di lanci, esercitazioni a fuoco etc. Il primo approccio era traumatico: enorme quantità di cose da imparare, trattati a urlacci come pecoroni, capire poco o niente, sempre di corsa, sempre cazziati, sempre a pompare, continuamente puniti. Lo scarso uso dell'italiano trasformava il caos generale in una Babele dialettale. I graduati, più o meno italofoni, facevano di tutto per "convincerti" a rinunciare, cioè a chiedere di continuare la tua naja in altra specialità. Rinunciavano in molti, fin dai primi giorni, e un più alto numero si sarebbe variamente dileguato fino ai lanci di brevetto, nel giro di circa un paio di mesi. La continua scrematura dei ranghi fondava nei sopravvissuti un'ingenua ma orgogliosa consapevolezza di sé. Non che la fase d'istruzione andasse oltre addestramento formale, qualche visita al poligono e i lanci di brevetto, se ne sarebbe accorto chi (la maggioranza) finiva in un Battaglione e ricordava i tempi di Pisa come una specie di vacanza. In ogni caso le difficoltà c'erano, sonno e freddo su tutte. Ma c'era anche lo spirito scanzonato dell'età, che aiuta a superare i momenti brutti. Alcuni però, non gravati dalla maledizione del 30/A (incarico fuciliere assaltatore), s'arrabattavano per restare e sopravvivere al meglio in quella che i maligni di Siena chiamavano Smifant. Dal corso AGI (caporale istruttore) ai vari uffici di cui la Gamerra pullulava, era tutta una corsa a trovare un paraculo, un gancio, qualsiasi cosa ti salvasse dal finire al Battaglione per fare il fuciliere. I personaggi sono frutto di libera ispirazione alla realtà della Folgore, che supera ogni fantasia


    A Pisa piove. Non c’è la banda militare ad accoglierci, come immaginava uno sul treno. Vedo una cinquantina di civili inquadrati, sull’attenti, mani al cielo. Davanti a loro, i parà. Visiera della Portoghese sugli occhi, mento altissimo, sguardo sprezzante. Sul petto il brevetto di paracadutismo militare. La giacca dell’uniforme da fatica e combattimento, detta “la Verde”, è portata aderente, tagliata all’altezza del bacino, stretta dal cinturone. I tasconi della giacca sono stati ricuciti sui pantaloni. Ai piedi gli stivaletti da lancio, lucidissimi e legati in maniere differenti a seconda dell’anzianità. Li raggiungo, un tenente mi blocca con la forza dello sguardo: - Lei?
    Sorrido: - Sono qui per fare il parà.
    - Allievo, caxxo! Si dice “comandi”. E si schiaffi sull’attenti!
    Un graduato tende la mano destra: - Cartolina-precetto e documento.
    L'ufficiale ringhia: - In fila con gli altri!
    Vado in fondo e alzo le braccia. Un gruppetto di coscritti, chiacchierando distrattamente, prende il sottopassaggio per uscire. Poco dopo li vediamo risalire le scale di corsa, spinti a pedate da un caporalmaggiore urlante. S’uniscono alla fila, braccia alte, espressione confusa e triste. I parà s’aggirano tra noi, sghignazzando: - La vita civile è finita. E mo’ son tutti cazzi vostri!
    L’ufficiale sbraita che aspettiamo altri treni. Noi siamo autorizzati a mantenere quella comoda posizione. L’immancabile romano sbruffone strilla dal mucchio: - A tene’, quanno se magna?
    Il volto dell’ufficiale si fa rosso più del suo basco: - Allievi, corsa sul posto!
    Passiamo circa un’ora alternando flessioni, skip, periodi di estensione delle braccia in alto. Nel frattempo arrivano altri treni, ora saremo oltre un centinaio. Ci conducono nel piazzale, saliamo uno a uno sui camion, detti CM, coi tendoni sollevati. Nel tragitto verso la caserma, ci vengono impartite le prime sommarie istruzioni. Che cosa fare, non fare, quando e come rivolgersi a un superiore. Il tutto generosamente cosparso di - E mo’ son tutti cazzi vostri!
    In caserma, smontiamo dai CM tra le urla dei caporali: - Sveglia! Schizzare! Morfine, di corsa!
    - Allineati e coperti, rapidi caxxo!
    - Allineati vuol dire in linea, coglione!
    - Non devo vedere nessuna testa di caxxo dietro questa faccia da culo! Copertiii!!
    Sul piazzale pulitissimo rimbomba l’attenti. Il tenente, voce rauca: - Avete chiesto l’alto onore di servire la Patria nella Folgore. Se ne siete degni, si vedrà presto. Qui non prendiamo cani morti e minchie bollite. Qui prendiamo uomini, e li trasformiamo in paracadutisti. Soldati d’élite. Il basco amaranto lo dovrete meritare. Sarà dura, durissima. I migliori tra voi ce la faranno. Gli altri prima si levano dai coglioni meglio è. Vi ricordo che in qualsiasi momento potete chiedere il proscioglimento dalla ferma volontaria nei paracadutisti, ed essere assegnati ad altra specialità.

    Veniamo divisi in gruppi. Un caporale, cordone azzurro alla spalla sinistra, ci prende in custodia. Sguardo minaccioso, cadenza tartara: - Allievi, orecchioqua! Io sono il caporale istruttore Morabito, e comando questa squadra. Staremo insieme due mesi. Il primo si conclude col giuramento, nel secondo farete il corso-palestra e i lanci di brevetto. Dopo di che sarete assegnati a un Battaglione. Nel frattempo dovete fare i botti e schizzare in cielo. E vi giuro che schizzerete, min kia! In fila per cinque!
    A passo di marcia, raggiungiamo l’edificio. Gli allievi non possono transitare per l’ingresso principale, debbono servirsi d’una porticina sul retro. L’ingresso della servitù.
    Entriamo, lungo corridoio. Niente termosifoni, diversi vetri rotti. Noi battiamo i denti. Gli anziani, raffiche di stecche sibilando: - Moriireee.
    Un ragazzo, fisico minuto e occhiali, mormora sgomento: - Ma dove sono finito…
    Spunta il faccione sogghignante dell’istruttore: - Nella Folgore. E ci sei pure venuto volontario, coglione!

    Stanzone freddo e buio. Al fondo due parà seduti dietro una vecchia scrivania con una macchina da scrivere. Chiamati uno alla volta, bisogna urlare: - Comandi! - Schizzando verso la registrazione del nominativo e l’inserimento nei ruoli militari. Quand’è il mio turno il cuore accelera. Sono ufficialmente un parà. Dopodiché mi danno da firmare una cartolina dattiloscritta, indirizzata alla famiglia, con un paio di frasi rassicuranti. Eseguo, vado sull’altro lato della stanza.
    - Bottero!
    Il ragazzo con gli occhiali: - Presente.
    Piomba lì Morabito: - Si dice “comandi”, testa di min chia!
    Bottero, spaurito, mormora qualcosa.
    Il caporale lo spinge indietro: - Più forte, non sento.
    Nuovamente le labbra del giovane si aprono.
    - Indietro, morfina, urla più forte!
    Il ragazzo retrocede, spintonato dall’istruttore. I due oltrepassano la porta della stanza, Morabito rientra e lo chiama nuovamente.
    Dall’esterno s’ode un flebile: - Comandi.
    - Non sento un caxxooo!
    - Comandi.
    - Ti piglio a calci nei coglioni, mezzasega!
    - Comandi!
    Il parà alla macchina da scrivere ghigna: - Vieni avanti, cretino.

    Celebrato il rito dell’incorporazione, veniamo condotti, sempre in fila per cinque, davanti al magazzino per la vestizione. Tira vento, pioviggina, ma bisogna restare immobili. Unico movimento tollerato, battere i denti.
    Morabito, tono cordiale: - Freddo, allievi?
    Bottero: - Un po’.
    - Allievi, a terra!
    Attendiamo serenamente, circondati da parà premurosi che ci aiutano a combattere il freddo con le flessioni. A me non pesa, sono allenato. Però Bottero è veramente un cretino.

    Puzza di casermaggio nell’aria umida, finalmente il mio turno. Dietro un lungo bancone, i magazzinieri fanno finta di chiedere la taglia e ti danno quello che capita. Finisco di raccattare la mia roba. Tuta ginnica azzurra, col simbolo della Brigata, la Verde, un basco amaranto grande quanto una pizza, il berretto con visiera rigida detto “stupida”, maglione a collo alto con zip, magliette, calze, e persino un bizzarro completo intimo. Maglia a maniche lunghe e mutandoni a pantalone. Come nei film di Trinità, che mi piacciono tanto. Ridacchiando, stipo tutto nello zaino valigia e corro in fila con gli altri.


    continua...
    Ultima modifica di gagliardi; 03-05-20 alle 18: 52
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  2. #2
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    Racconto interessantissimo! Attendiamo con ansia la seconda parte.

  3. #3
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    Entriamo in camerata. Lungo stanzone, pavimento rossastro, due file di brande a castello, niente armadietti ma solo mensole su cui appoggiare gli zaini. Morabito spiega come e dove disporre l’attrezzatura, raccomanda di tenere il posto-branda perfettamente ordinato e pulito. Cominciamo, mentre lui cammina lentamente ispezionando. Dalle brande ferventi d’attività, è un continuo sbattere di suole, “comandi caporale”, richieste di spiegazione, consiglio, aiuto. E offerte di sigarette. Morabito s’intrattiene volentieri con la truppa, arraffando cicche e distribuendo risposte generosamente condite alla min chia.
    Scambio uno sguardo perplesso con Calegari, il ragazzo milanese cui ho lasciato volentieri il privilegio di dormire, e fare il cubo, ai piani alti. Sbuca l’istruttore, Calegari contempla estasiato il suo brevetto: - Comandi. Quanti lanci hai fatto, caporale?
    - Dudici.
    - Comandi. Quanti?
    Morabito avvicina il palmo all’orecchio: - Orecchioqua, si’ surdo?! Dudici, dieci più due.
    Trattengo una ghignata, tono neutro: - Comandi. Di dove sei, caporale?
    - Genova.
    - E perché, invece di “belin”, dici “min chia”?
    Mi scruta, sforzandosi di cogliere le implicazioni della domanda: - Calabrisi sugnu. E tu?
    - Napoli. Ma vivo a Torino.
    Fa una smorfia: - Per me, sei solo un napoletano.
    Sorrido: - Anche per me tu sei solo un calabrese.
    Punta l’indice: - Stai cacato, mostrissimo, che non ti passa più!
    S’allontana, bisbiglio: - Cacato starai tu, stro nzo

    Morabito illustra come indossare la Verde. Calegari deluso confronta la sua, grossa e floscia, con quella dell’istruttore, che sembra tagliata da un sarto: - Comandi. La mia ha le tasche sulla giacca, non sulle cosce.
    - Se e quando ti brevetti, allievo, ne riparliamo.
    Bottero, in mano gli anfibi, osserva gli stivaletti del caporale: - Comandi, quelli che ha lei sono diversi.
    - Pensate a lucidare i Fantomas e non scassate la min chia, fantozzi!
    Un rigurgito di fastidio mi sale dalla gola: - Comandi. Io non sono un fante.
    Lentamente si gira: - ‘Zzo dici?
    - Comandi. Ho già il brevetto, anche se civile.
    Vedo il suo volto sempre più vicino, l’alito puzza di fumo a scrocco: - Lanci?
    - Comandi. Ventuno.
    I lineamenti si contraggono in una smorfia: - Quello che hai tu non vale una min chia. Non è manco un brevetto, si chiama abilitazione.
    Resto in silenzio. Può chiamarlo come stracaxxo vuole, io ho nove lanci più di lui.

    Indossata l’uniforme, verniamo condotti a ritirare il necessario per la notte. Barcollando sotto il peso di pagliericcio, cuscino, federa, lenzuola, coperte, rientriamo in camerata. Morabito indica una branda: - Occhioqua!
    Comincia a fare il cubo, con gesti lenti e teatrali. Ma chiari per la truppa più delle sue spiegazioni. Infine lancia una moneta da cinquanta lire, che rimbalza. Aria goduta, pollici nel cinturone: - Chistu è regolamentare. Forma di parallelepipedo squadrato. Domande?
    - Comandi. C’è la libera uscita?
    Il caporale sghignazza, battendo la stecca - ‘Pazzire, mostri! Quando torno, cubi fatti.

    Prime chiacchiere coi vicini di branda. Uno è piccolino, scuro di capelli e carnagione. Si batte il petto: - Sanna Dittattari. Sa vida pro sa Patria, ajò! - E comincia a parlare. Ci metto qualche attimo a sintonizzarmi, capire che intende Sanna di Sassari, e praticamente non parla l’italiano. Se decifro correttamente, in Sardegna fa il pastore. Ma, stufo delle pecore, vuole vedere il mondo nonché buttarsi da un aereo. L’altro è magro, naso adunco, occhi nerissimi. Basile, di Palermo, anche lui poco amante della lingua di Dante. Però capisce il napoletano.
    Calegari osserva perplesso la branda: - Tu hai capito come si fa il cubo?
    Sorrido: - Allievo, guarda e impara.
    La rete è mezza sfondata, devo piegare i fili di ferro che spuntano. Distendo il pagliericcio, nuovo quanto la rete e pieno di bozzi. Gli dò qualche manata e lo rovescio, sollevando nubi di polvere. Non senza difficoltà lo avvolgo nella federa, che ha diversi strappi e pare un cimelio di El Alamein. Il cuscino è chiazzato di marrone, immagino si possa definire mimetico. Lo schiaccio bene al centro del pagliericcio, comincio a piegare scrupolosamente le lenzuola, mimetiche anch’essa ma con sfumatura verdastra. Le distendo sopra il cuscino, prima di ripiegare il pagliericcio su sé stesso. A forza di schiaffoni, assume la forma d’un parallelepipedo. Lo avvolgo con la coperta ben tirata, nuova raffica di manate, ecco il mio primo cubo alla SMIPAR. Getto la moneta che s’infossa nella coperta: - Rimbalza poco.
    Cale ridacchia: - Vuoi dire niente.
    Lo guardo male e ricomincio a tirare, schiacciare, colpire. Dopodiché lancio nuovamente la moneta. Il cui rimbalzo, stavolta, è soddisfacente.
    Spunta il faccino occhialuto di Bottero: - Mi aiuti?
    Lo guardo infastidito: - Non hai visto?
    - Sì, ma non ho capito.
    - Paganini non ripete.
    - Ti prego, sono di Torino anch’io.
    - E di che squadra sei?
    - Del Toro, perché?
    - Allora vaffanculo.
    Voce alle mie spalle: - Anvedi er gobbo.
    Mi volto. Accanto a Bottero un ragazzo coi capelli un po’ lunghi. Faccio un passo, gli sono davanti: - Tu non mi puoi chiamare così.
    Sorrisetto beffardo: - Sennò?
    - Ti spacco i denti.
    Il romano, indeciso, non risponde.
    Risolino soffocato, spunta un viso paffutello, occhi vispi: - Forza Juve!
    Irrompe Morabito: - Cos’è, ci smeniamo la min chia, qui?
    Fulmino il romano con un’occhiata, vado sull’attenti.

    L’istruttore assegna i turni di servizio. Piantone camerata, piantone cessi, piantone porta. Gambe larghe, mani sui fianchi, testa alta, Morabito lancia istruzioni rimbombanti: - Allievi, orecchioqua! Cessi sempre puliti. Pavimento sempre incerato e lucido.
    La voce, timida, d’un piantone: - Comandi. La cera?
    - ‘Zzi vostri.
    Dopodiché passa tra le brande. Uno dopo l’altro, tutti i cubi finiscono per terra. Quando ha terminato il giro, urla: - Al contrappello finestre aperte! - E s’allontana.
    Ma il mio cubo era perfetto, lo inseguo incazzato. Fuori dalla camerata c’è una porta, che dà su una stanza con quattro brande singole, armadietti nuovi ed ogni comfort. Morabito sta entrando, si gira: - Qua non ci devi venire, allievo. Questo è l’Olimpo, chiaro?
    Vado sull’attenti: - Comandi.
    - ‘Zzo vuoi?
    - Comandi. Il mio cubo era regolamentare.
    Mi fissa incredulo: - Arrivasti oggi con decorrenza domani, e già rompi i coglioni?! Come min chia ti chiami, mostro?
    - Comandi. Gagliardi.
    - Presentazione non regolamentare. Stai punito. Due giorni - Volta le spalle e mette piede nell’Olimpo, sbattendo la porta.

    continua...
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  4. #4
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    Furibondo e depresso, rigiro tra le mani l’orribile “stupida” che ci hanno dato. In attesa di meritare la bellissima Portoghese, dobbiamo usare questo merdoso berrettino da fante. Faccio due leggere pieghine laterali alla visiera. Calegari: - Perché non la pieghi a metà?
    Lo guardo inorridito: - Come un fantozzi? Mai! Un parà ha sempre il suo stile, anche da allievo.
    Prendo il basco enorme, sembra veramente un disco volante come lo chiamano gli anziani. Vado in bagno, a metterlo sotto l’acqua. Poi lo strizzo ben bene e, calzatolo, comincio a dargli forma attraverso opportune pieghe. Calegari osserva stupito: - Che fai?
    - Stendo la pizza.
    - Diventa piccolo come quello dei caporali?
    - Quello è il basco spagnolo, ma gli allievi non lo possono portare.
    - Come fai a sapere già tante cose?
    - Amici.
    Arriva il ragazzo paffutello di prima, ancora sorridente: - Sei di Torino?
    - Per l’esattezza sono gobbo.
    Tende la destra: - Anch’io, Claudio Dalmasso.
    La stringo: - Andrea Gagliardi.
    Scambiamo due chiacchiere, finché guarda l’orologio e si alza di scatto.
    - Dove vai?
    - Piantone cessi, giornata di merda - E fugge.
    Vedo Basile avanzare buffamente: - Guaglio’, me pari nu’ pinguino!
    Il siciliano, ai piedi due vecchi baschi verdi rovesciati con cui pattina sul pavimento: - A cira haju a ddari - Si blocca, abbassa gli occhi - Vagnasti tu ccà, Gaglia’? Min chia si na camurrìa!
    - Basi’, che caxxo vaje truvanno? Ma va’ fanculo!
    Basile riprende a pattinare, Calegari: - Perché non parlate mai in italiano?
    Strizzo l’occhio: - Non c’è bisogno, siamo del Regno delle Due Sicilie.

    Sotto lo sguardo sadicamente vigile di Morabito e un’insistente pioggerella, inquadrati per cinque, gavetta in mano, si va a cena. La sala mensa è un capannone con le grandi porte lasciate aperte, in modo d’assicurare un costante e salutare ricambio d’aria. Accanto a me, Bottero s’ingozza come un cane randagio. Scuoto la testa: - Com’è che hai chiesto la Folgore?
    - A diciott’anni l’idea mi piaceva. Poi ho fatto il rinvio, preso la laurea, ed eccomi qua.
    - Laureato in che?
    - Medicina.
    - Un dottore serve sempre. Magari ti dò una mano col cubo.
    - Davvero?
    - Solo se non parli di calcio.
    - Chi, io? Allo stadio sono andato una volta sola.
    - Meglio così, Botte’. Soffri di meno.

    Tornati in camerata, osservo Bottero alle prese col cubo. Per non perdere la serata, glielo faccio io.
    Sorride: - Grazie, sei un amico.
    - Mo’ pensa agli anfibi.
    - Cos’hanno che non va?
    - Morabito li vuole neri.
    - Ma se sono marroni…
    - Bravo, gnugnu! Per questo ci hanno dato il lucido.
    Siede sconsolato sulla branda, lo guardo malissimo: - Se rovini il cubo, te lo rifai da solo.
    Calegari: - Andiamo allo spaccio?
    Guardo Sanna: - Vieni anche tu?
    Il sardo risponde qualcosa d’incomprensibile in dialetto.
    Mi scappa una ghignata: - You come drinking? Military bar.
    - Sugunnu…
    - Non vuole venire, Cale, andiamo noi.
    - Con Sanna parli inglese?
    Rido: - Per forza, quello è straniero: Regno di Sardegna.

    Lo spaccio è affollato. Chi gioca al calciobalilla, chi al flipper, chi sta intorno al juke-box, chi chiacchiera. Fendiamo la folla, avvicinandoci al bancone. Nel caos Calegari cerca di farsi sentire: - Due birre.
    Lo spaccista indica la cassa, ci mettiamo in coda. Al nostro turno il cassiere, gradi da caporalmaggiore, accento bergamasco: - Aspetta - Si alza e se ne va. Calegari rimane sconcertato, coi soldi in mano. Lo stupore aumenta quando arriva un altro, gli passa davanti, il cassiere ricompare per fargli lo scontrino. E immediatamente dopo se la svigna.
    Il milanese sbatte la mano sul bancone: - Cassa! Cassa!
    Appare il caporalmaggiore, aria infastidita: - ‘Zzo vuoi?!
    - Due birre.
    - T’ho detto di aspettare, stiamo raccogliendo il luppolo. C’hai fretta?
    - Veramente un po’.
    Sprezzante: - Vai a fare la muffa, aspirante allievo.
    Calegari s’irrigidisce: - Voglio due birre.
    - Ma ce l’hai lo scaglione?
    Il milanese risponde prontamente: - Dodicesimo Terzo ‘78.
    Il graduato lo fissa con espressione incredula, volto deformato da una smorfia di grottesca disperazione. Infine, mani sulle orecchie, lancia un urlo straziante: - Nooo!!!
    Diversi parà s’alzano minacciosi dai tavolini, tutti urlano, il cassiere gli strilla in faccia: - Mai più, aspirante allievo. Mai più, caxxoo! A terra!
    Scattiamo sul pavimento, gli anziani contano ad alta voce. Dopodiché veniamo bellamente cacciati fuori.

    Il milanese sembra sconvolto: - Figa, che ho fatto?
    Scuoto la testa: - Siamo arrivati oggi, Cale, il nostro scaglione è innominabile.
    - Ah sì?
    - Min chia sì! Hai visto che è successo?!
    Arrivati ai distributori automatici, il mio amico inserisce le monete e preme il tasto. Rumore della lattina che scende, alle nostre spalle un secco: - Allievi!
    Scattiamo immediatamente sull’attenti.
    Sbuca un parà, afferra la bevanda: - Grazie - E s’allontana bevendo.
    Calegari, pietrificato, mormora: - Prego.

    Davanti allo spaccio, le cabine telefoniche. La coda ha tempi di smaltimento imprevedibili. Come ogni cosa nel mondo militare, funziona per grado e anzianità. Noi due siamo al fondo del fondo. Gli altri arrivano alla spicciolata, senza fretta, e ci passano davanti. Calegari chiacchiera ininterrottamente della fidanzata, prende una foto: - Non è bellissima?
    Dò uno sguardo. Bionda, occhi chiari, niente di che: - Carina.
    - E guarda che ha scritto dietro…
    Sul retro, un cuoricino e due parole. Ti aspetterò.
    Osserva il cielo, sospirando: - Stamattina in stazione sono rimasto sul predellino fino all’ultimo, con lei. A un certo punto ho sentito il fischietto e il capotreno che urlava di salire. In quel preciso istante, se mi chiedeva di non partire, ti giuro che restavo lì…
    Quando finalmente è il nostro turno, Cale entra felice e inserisce i gettoni. Viene fuori quasi subito, affranto: - Non c’era.
    Dagli altoparlanti, uno squillo di tromba. Nasce una certa agitazione, dev’essere l’adunata puniti. Inseguo altri che corrono via.

    Il sottuficiale che comanda la guardia ci destina a pulizie varie. Quando torno in camerata, tutti sono indaffarati in varie pulizie. Non mi son perso nulla. Solo Calegari, schiena poggiata al cubo, registratore sulle gambe, fissa tristemente il vuoto canticchiando: - Sugar baby love, sugar baby love…
    Premo il tasto stop: - Hai rotto con ‘sta lagna.
    Sospira: - Chissà dov’è andata…
    - I tuoi gusti musicali fanno cacare. Lucida gli anfibi o ti fa piangere Morabito.
    Salta giù dalla branda: - Hai ragione.
    - E tu, Dalma’, che hai fatto?
    - Sono andato al cinema.
    - A vedere che?
    - Non lo so.
    Lo guardo stupito, lui sorride: - È l’unico posto caldo di tutta la caserma. Ho chiuso gli occhi un attimo, e mi son svegliato quando hanno riacceso le luci.
    - Morfina.
    Va ad aprire le finestre, il romano brontola: - Caxxo stai a fa’?
    - L’ha detto Morabito.

    Entra un tenente col caporale di giornata per il contrappello. Siamo sull’attenti, in Verde, a fianco della branda. Dobbiamo marciare sul posto, battendo la cadenza. Quasi riesco a sfracellare una mattonella con la suola e vincere la licenza premio. Alla fine il caporale dà un’occhiata ai cubi, ne scaraventa tre fuori dalla finestra, dà il riposo ed esce col tenente. Mentre tutti comprendono il perché delle imposte aperte al contrappello, osservo compiaciuto il mio cubo. Non è stato toccato, come quello di Bottero. Facendo la branda, prendiamo per il culo chi dormirà sulla rete. Tra loro, il romano.
    Calegari mormora: - Figa, che giornata allucinante! Fortuna ch’è finita.
    Mi scappa una smorfia: - Non penso proprio.
    - Perché?
    - Gli anziani ci vengono a trovare.
    - E poi che succede?
    - Non voglio rovinarti la sorpresa.
    Verso mezzanotte, un rombo cupamente cadenzato ci fa aprire gli occhi. La luce viene accesa, si sente gridare: - Allievi, ritti!
    Scatto in piedi: - Dài, Cale, si comincia.
    Rimbomba l’ordine: - Allievi, a terra!

    continua...
    Ultima modifica di gagliardi; 15-04-20 alle 07: 05
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    Finalmente le vacanze, per stare un po' a casa


    Alle sei, quando suona la sveglia, per abitudine ho già gli occhi aperti. Primo squillo, un caporale balza dentro scagliando a terra un bidone di metallo: - Svegliorcodioo! Cani morti!!
    Chi esita viene sbrandato. Io schizzo in bagno ridacchiando, capisco che per gli altri è un incubo. Pochi minuti e bisogna correre giù in cortile. I caporali ci fanno schierare in modo da formare un quadrato. Morabito sbraita: - Racchiusi in quadrato fermissimo! - Comincia a circolare per le file, urlando - Fermi! Fermissimi, caxxo!
    Ultimato il breve giro, torna a contemplare lo schieramento da sotto la visiera della Portoghese: - Sigarette!
    Lo guardiamo, stupiti e silenziosi. Ma fermissimi.
    - Min chia, si-ga-ret-te!
    Un paio di arditi fumatori escono dai ranghi, raggiungendolo col pacchetto in mano. L’istruttore ignora le MS di Basile, afferra le Marlboro di Dalmasso, li rimanda a posto. Apre il pacchetto e, strappata la stagnola, lo infila nel taschino sul petto della Verde. Passo minacciosamente lento, ritorna fra i mortali. Uno dopo l’altro, tutti sentiamo la carta argentata scorrere sulle guance. E, nel caso si verifichi il minimo sfregamento da pelo superfluo, segue un torrente d’insulti e schizzi salivali. Oltre a venti flessioni. Dalmasso, stupito ma pronto, si trova a pompare con altri. Morabito accende una Marlboro.

    Dopo quella che il nostro caporale chiama “radunata”, segue l’alzabandiera. Nel cielo molte nubi, ma l’aria è tiepida. Sento il cuore gonfiarsi d’orgoglio mentre osservo il Tricolore salire sul pennone. Canto entusiata l’inno nazionale. Dopodiché, sempre inquadrati e sempre marciando, veniamo condotti attraverso il cortile. intonando "Come Folgore dal cielo". Arriviamo davanti al bugigattolo del barbiere, che i graduati chiamano Cochise. Si aspetta inquadrati, mentre chi vuole può fumare. Tutti fanno a gara per offrire sigarette ai caporali. I quali, con fiera gentilezza, accettano quelle ingenue manifestazioni di ammirazione da parte degli allievi. Al mio turno, sento che Cochise è napoletano. Sorrido: - Paisa’, taglio tattico.
    - Nun è cosa, guaglio’, ti puniscono.
    - E pecché?
    - Nun te preoccupa’, ti servo ‘na bellezza, paisa’.
    Sento il freddo del metallo sulla testa, man mano che la macchinetta avanza, strappando più che tagliando. Tre minuti, una passata di rasoio sul collo: - Servito, paisa’. Cinquecento lire.
    Osservo la mia testa uniformemente scalpata: - T’aggio pure pava’?!?
    Il paesano sorride imperturbabile: - Già scontato. Per gli altri sono mille.
    Torno a inquadrarmi, mormoro a Calegari: - Hai pagato?
    - Sì, m’ha fatto pure lo sconto. Simpatico, vero?

    Una volta scalpati, la foto reggendo sotto il mento una lavagnetta col nome e lo scaglione. Sopporto pazientemente queste formalità, finalizzate al rilascio del tesserino militare, indispensabile a superare il portone della caserma. Poi, sempre in fila per cinque, torniamo in magazzino a ritirare la drop, uniforme da libera uscita. Agli allievi non è consentito uscire in borghese, c’informa Morabito. Sempre se escono, aggiunge ghignando. Prese rapidamente le misure, riceviamo giacca, camicia, cravatta, pantaloni e scarpe nere, come le calze. Per il bavero, niente mostrine azzurre con paracadute, ala e gladio. Solo generiche stellette. E in testa il disco volante. In camerata l’istruttore s’effonde in infiniti e superflui particolari su come indossare ogni singolo capo della drop, a partire dalla biancheria intima. Mormoro a Dalmasso: - Sai distinguere il verso delle mutande?
    Gira le pupille, perplesso.
    - Giallo davanti, marrone dietro.
    La risatina soffocata non sfugge a Morabito, che ci fa pompare.
    Tornati in piedi, Calegari si dimostra particolarmente abile nel fare il nodo alla cravatta e riceve decine di richieste d’aiuto. Stivata la drop, siamo pronti per andare in mensa. L’istruttore agita minacciosamente un plico di fogli arrotolati: - Come Folgore dal cielo, inno della Brigata. Allievi, imparare!
    Calegari afferra un foglio: - Comandi. Per quando?
    - Ieri.
    - Comandi. Che significa?
    - Che sei in ritardo, coglione!

    Dopo mangiato, in camerata, dò una lucidata agli anfibi. Rumore di passi, Bottero transita affannato davanti all’Olimpo. La porta è aperta, non saluta, rimbomba un immediato: - Bloc!
    Lo vedo fermarsi, stupito. Erompe dall’Olimpo Morabito furioso: - Al “bloc” ti devi paralizzare. Immobile, finché non te lo dico io! Chiaro?!
    Il torinese annuisce, l’istruttore gli strilla in faccia: - Si dice “comandi”, testa di min chia!
    - Comandi.
    - Vediamo se hai capito. Vai.
    Bottero fa per allontanarsi, esplode un: - Bloc!
    Resta immobile, un piede sollevato e braccia al punto d’oscillazione in cui il comando le ha raggiunte.
    Per qualche minuto, talvolta con la sola forza dello schiocco di due dita, SuperMorabito si diverte a paralizzare Bottero nelle più strane posizioni. Infine, sventolandogli l’indice davanti agli occhiali, ricorda la regola aurea: - Porta aperta, salutare!
    - Comandi.
    - E mo’ vai a fare in culo in camerata.

    Pomeriggio dedicato a un primo assaggio d’istruzione formale. Siamo da un’oretta nel cortile della Compagnia, a ripassare il significato degli ordini “attenti” e “riposo”. Che vengono sezionati in due parti distinte. Dapprima un rauco «AT-», comando a cui bisogna far schizzare indietro la testa, guardando il cielo. Nel quale forse, dice Morabito, un giorno s’aprirà la candida seta del nostro paracadute. E se non si apre, sghignazza, nessun problema. Il ripiegatore sarà certamente punito.
    L’«AT-» dovrebbe essere seguito da un ringhioso «-TI», al cui suono le mani sbattono sulle cosce e le suole percuotono il terreno. Il tutto contemporaneamente, ma soprattutto eventualmente. Se all’ «AT-» non schizziamo tutti coordinatamente, e non succede quasi mai, segue un «Al tempo» e si ricomincia. Raffiche di «AT-» più qualche raro «-TI» m’hanno svitato l’osso del collo, che ogni tanto scricchiola. Non che sia riposante il riposo, pronunciato «RI - SO». Tesi allo spasimo, gambe parallele, petto in fuori, mani dietro la schiena all’altezza delle scapole. Più faticoso dell’attenti.
    Personalmente credo di eseguire alla perfezione gli ordini e mi sento massiccissimo, come si dice qui. Alcuni, però, hanno difficoltà. Non proprio come I Forti di Forte Coraggio, ma Morabito continua a strillare in faccia a Bottero: - Attenti vuol dire che devi stare attento! Dritto! Braccia tese! Guarda avanti, coglione! Attentii!!! - Infine per la disperazione, senza smettere d’insultarlo, toglie la Portoghese dalla testa e comincia a colpirlo. Per un attimo mi torna in mente il caporale Agarn.
    I graduati non smettono di girare per le file, correggendo la postura a colpi nei reni e ringhiando: - Lo sten vi schiaffa dentro a vita, morfine!
    - Punisce a raffica, ‘zzi vostri!
    - Fate cacare, mezzeseghe, lo sten vi rompe il culo!
    Le cose proseguono per un po’, e apprendiamo quanto lo sten sia massiccio, cazzuto, spietato. Bisbiglio a Calegari: - L’avranno allevato a carne umana.
    Il mio amico si lascia sfuggire un sorrisetto.
    Piomba su di noi Morabito: - A terra!

    Infine vediamo arrivare il sottotenente che comanda il plotone. Alto, basco piccolissimo, fregio scintillante, incute un certo timore. Morabito dà l’attenti. Eseguiamo rapidi e precisi. Scultorei, testa alta, sguardo fisso sul futuro, come si dice qui.
    Lo sten, espressione disgustata: - Gregge di civili al pascolo. ‘Mpagnia, AT - TI!
    Eseguiamo.
    - ‘Mpagnia, RI-SO!
    Eseguiamo.
    - ‘Mpagnia, AT-TI!
    Dopo qualche minuto d’esercizio supplementare, l’ufficiale arringa la truppa: - Allievi, pretendo da voi dedizione, sacrificio e disciplina as-so-lu-ti! Perché siete nella Folgore, e la Folgore è una fucina di eroi. In più voi siete della Nona, e i parà della Nona sono tigri. Non solo parà. E nemmeno soltanto buoni parà.
    Fissa i nostri visi, immobilmente perplessi. La sua voce esplode come un tuono: - Sono i più magnifici paracadutisti dell’intero Battaglione! Tigre!
    - TIGRE!
    - Folgore!
    - FOLGORE!
    - ‘Mpagnia, RI-SO!
    - ‘Mpagnia, AT-TI!

    Pieni d’entusiasmo, passiamo il pomeriggio fra attenti e flessioni, riposo e flessioni, dest-riga e flessioni. Che lo sten esegue con noi. Finché, giusto per introdurre un elemento di novità, urla: - A terra!
    Braccia tese, testa alta, continua a fissarci: - Solo cinquanta.
    Quando, contando tutti a squarciagola, arriviamo a - CINQUANTA! - Lo sten non torna in piedi. Sghignazza: - Ancora una, per il Battaglione.
    - CINQUANTUNO!
    - Un’altra, per la Brigata.
    - CINQUANTADUE!
    - Una per l’Italia.
    - CINQUANTATRÈ!
    - Un’altra, per il Dodicesimo ’78.
    - CINQUANTAQUATTRO!
    - E una per la figa!
    S’alza un fragoroso: - CINQUANTACINQUEE!!!

    continua...
    Ultima modifica di gagliardi; 11-04-20 alle 10: 24
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  6. #6
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    Torniamo in Compagnia a passo di marcia, cantando, diversi di noi conoscono almeno prima strofa e ritornello. Tante voci insieme, e un passo vagamente coordinato, hanno un effetto esaltante. Bottero non partecipa della generale contentezza, il suo nome spicca in tabella puniti. Scarso impegno durante l’addestramento, due giorni.
    Irrompe Morabito, accolto da un immediato sbattere di suole.
    L’istruttore, mani sui fianchi, gira intorno lo sguardo: - Chi approfitta dell’offerta speciale?
    Silenzio, e stupore.
    - Solo per oggi, ripeto solo per oggi, chi rinuncia finisce al Distretto della sua città. A fare dudici mesi di pacchia. Allora?
    Il romano fa un timido passo avanti, imitato da altri due. Bottero, dopo un attimo d’incertezza, resta fermo. Il caporale gli sibila in faccia: - L’offerta vale solo per oggi, mezzo quarto di mezzasega.
    Bottero oscilla su una parvenza d’attenti, scuotendo la testa.
    Morabito guarda i rinuncianti: - Ripetere “Sono una merda, cagatemi addosso”.
    I tre esitano, lui s’incazza: - Ri-pe-te-re!
    Si sente un biascicato: - Sono una merda, cagatemi addosso.
    - Non sento un caxxoo!!
    - SONO UNA MERDA, CAGATEMI ADDOSSO!
    - A terra!
    Dopo averli fatti pompare un bel po’, li conduce in fureria.
    Rifilo a Bottero una manata sulle spalle: - Massiccio!
    - Non so se ho fatto bene.
    - Ma va’, a rinunciare c’è sempre tempo.
    - Sì, e l’offerta speciale?
    - Perché, tu ci credi?
    - Non è vero?
    Scoppio a ridere: - Spero di no, devono impazzire quelle merde!

    Finito l’orario addestrativo, in camerata risuona un’orrida mescolanza di Bee Gees, Battisti, Boney M e chissà che altro. Sanna, appollaiato sulla branda, canta a squarciagola UFO Robot. Almeno impara l’italiano. Basile percorre la camerata, pattinando e gorgheggiando coi Pooh. S’aggiunge a questo bailamme cacofonico un chiacchiericcio ininterrotto. Calegari, felice dopo aver parlato con la ragazza, si prepara per andare in libera uscita parlando ininterrottamente con Dalmasso. Io sto cercando di aggiornare il ruolino, li guardo infastidito: - Guagliu’, iate a scassa’ ‘o caxxo a n’ata parte.
    - Sei di Torino, e parli come un napuli.
    - Dalma’, io sono gobbo e abito a Torino. Per il resto, vaffanculo.
    Strizza l’occhio: - Ciao, mandarino. Vado a far conquiste.
    Sorrido sarcastico: - Occhio a dove lo pianti, Casanova.
    - Perché?
    Calegari ride: - C’è un travestito che batte vicino alla caserma.
    Dalmasso, smorfia d’orrore: - Io parlavo di ragazze, boiafaus!
    Scuoto la testa: - ‘Nzogna, ‘nzogna.
    Rispunta Basile, pattinante ed affannato: - Un vi scurdati a cira!
    I nordici mi guardano sgomenti, traduco: - Non dimenticate la cera.
    La camerata è piena di gente che aspetta l’adunata puniti, i due piantoni perennemente pattinanti devono fare lo slalom.

    Prendo il ruolino per segnare la seconda P consecutiva in due giorni di servizio militare. Un inizio col botto. S’avvicina Bottero, aria triste: - Che fai?
    - Compilo il ruolino.
    - Cioè?
    - Il diario dell’anno.
    Osserva il foglio: - Non capisco.
    - A scuola eri ciuccio di mate?
    - No, anzi.
    - Lo vedi che è una tabellina? Da una parte ci stanno i mesi, dall’altra le date dall’1 al 31, e dentro le caselle scrivi quello che ti succede giorno per giorno.
    - Ah, ecco. Che vuol dire P?
    - Punito.
    Si gratta la testa: - Forse dovrei averlo anch’io il ruolino.
    - Già. Al congedo chi ha più P vince da bere.
    Sorride: - Ci sto.
    - Al tempo, allievo. Tu lo sai che, per la legge dell’equivalenza penale militare, una sola Erre è pari a sette Pi?
    - Erre?
    - Consegna di Rigore. Da scontare in cella. A mangiare si va sotto scorta armata.
    Mi guarda con stupore, e una punta di paura: - E che cosa bisogna fare per…
    - Oh, cose terribili. Pensa che un mio amico…

    In quel momento squilla dall’altoparlante il segnale tanto atteso. Facciamo le scale a rotta di collo, corriamo a schierarci davanti al posto di guardia. Oggi c’è folla, finisco in ultima fila. Il caporalmaggiore fa l’appello, nessun mancante. Arriva un omone in mimetica ma piuttosto sbracato. Gradi da maresciallo, cinturone lento, sguardo che mette paura. Dò una mezza gomitata al mio vicino: - Chi è?
    - Il Terribile.
    - Chi?
    - Ex-mercenario, pessimo carattere, stagli lontano.
    Il Terribile indica un mucchio di scope e attrezzi da pulizia: - Allievi, armatevi!
    Incolonnati e armati di ramazza, marciamo attraverso una zona della caserma che non ho mai visto, affiancati dal Terribile su una vecchia Modello 28 coi freni a bacchetta. Ci fermiamo davanti a un portone in legno, chiuso da un catenaccio rugginoso con lucchetto anteguerra. Il maresciallo armeggia bestemmiando, spalanca i pesanti battenti, accende la luce. Un’unica lampadina impiccata al filo rischiara debolmente cumuli di masserizie.
    Nell’aria mefitica risuona il ghigno del maresciallo: - Il più anziano?
    Uno in prima fila, faccia da fesso, gonfia il petto: - Comandi.
    - T’affido il comando dell’operazione - E s’allontana sulla cigolante bicicletta.
    L’anziano si mette a urlare, tutti scattano, io m’avvio con più calma.
    - Allievo, correre, schizzare!
    - Che fretta c’è?
    - Allievo, a terra im-me-dia-ta-men-te!
    - Ci vieni anche tu, anziano, o sei troppo stanco?
    - A terra, ho detto!
    - Scommetti che ne faccio più di te? - E mi tuffo verso il suolo.
    Nel silenzio d’attesa, si guarda intorno: - Ci vuole un giudice.
    - Chiama pure i carabinieri, già che ci sei.
    Scatta inviperito: - Non tutte le flessioni sono valide, qualcuno deve contare.
    Rimbomba una voce che riconosco: - Ci penso io, ‘rcoddue.
    Giro la testa. Sopra un paio di stivaletti nerissimi, spicca il bianco delle funicelle intrecciate verticalmente. Sollevo lo sguardo. Visto dal basso, sembra ancora più grosso: - Ciao, Macho.
    L’amico torinese, conosciuto in curva Filadelfia, fa un cenno col capo: - Andre - Pollici infilati nel cinturone, fissa l’anziano - A terra.
    - Come?
    Macho sibila: - Tu non mi parli. Tu non mi vedi. Non si può vedere un fantasma - Lo afferra per il bavero: - A terra, stro nzoo!!!
    Pompando, non smetto di fissare il mio avversario. Dopo le prime cinquanta, non dico che mi sento fresco come una rosa ma la sua espressione preoccupata mi dà forza. Quando Macho per tre volte gli fa ripetere una flessione mal eseguita, capisco che non ce la fa più. Siamo a ottantadue. Aspetto che completi l’ottantatreesima. I muscoli tremano per lo sforzo, ma sorrido. L’anziano stramazza faccia a terra, io trovo non so dove le forze per arrivare a novanta. Torno in piedi, urlando: - Folgore!
    Mentre rifiato, m’arriva una pacca sulle spalle: - Cazzuto, Andre.
    - Grazie, Macho. Cosa fai qua?
    - Aspetto il congedo.
    - Che scaglione sei?
    Scoppia a ridere: - Meglio se non te lo dico, mostrissimo. O devi tornare a terra.
    A forza d’iperventilare e sciogliere i muscoli, le braccia stanno riacquistando una minima funzionalità. Scuoto la testa: - Non lo voglio sapere.
    - I miei fratelli di scaglione da mo’ che hanno finito, a me resta un po’ di Erre da scontare.
    - E quando ti congedi?
    Macho gongola: - Il comandante s’è talmente rotto i coglioni di vedermi, che m’ha dato la licenza. È finita, domani torno a casa. E domenica allo stadio!

    Terminate le pulizie, riconsegnate le ramazze, torniamo in camerata. Bottero mi caracolla al fianco: - Chi era quel parà grosso grosso?
    - Un amico, si congeda domani.
    - Cavolo, è veramente massiccio!
    - E ancora non hai detto niente, Botte’. Sul ruolino tiene più di trenta R.
    Sgrana gli occhi: - Che amici hai, Gagliardi?!
    Ridacchio: - Macho è uno dei più tranquilli.
    Rientrando in camerata, troviamo Calegari che osserva le macchie sulla tuta, la fuliggine su mani e viso: - Figa, uscite da un camino?
    Mi scappa una smorfia: - Più o meno.
    Mette sulla branda una lattina metallica: - Ho trovato la cera.
    - La serata?
    - Siamo andati a mangiare la pizza, buona.
    - Che vuoi capire di pizza tu? Sei milanese.
    - Beh, a me è piaciuta. E poi c’era un calduccio vicino al forno. Figa, qui fa un freddo cane.
    - Sarà per quello che la notte ci fanno pompare.
    - A un certo punto mi stavo quasi addormentando.
    - Sei uno dei pochi a uscire e vai a dormire in pizzeria?!
    - Embè? Gli altri sono andati a dormire al cinema.
    - Morfine. E poi, che avete fatto?
    - Quattro passi fino all’Arno d’argento.
    - L’altro giorno era marrone coma la merda.
    Arriva Dalmasso: - È ancora così, e fanno schifo pure le rive. Capelloni buttati da ogni parte.
    - Hanno rotto i coglioni?
    - Con gente della Settima Pantere è scoppiato un po’ di casino.

    Alla sveglia urlante dei caporali, salto giù dalla branda canticchiando.
    Calegari: - Cos’è, sei allegro stamattina?
    Sorrido: - La punizione è scaduta.
    Dopo la “radunata”, s’avvicina Morabito: - C’hai avuto da dire con un mio fratello di scaglione?
    - Comandi. Chi?
    Lui fa il nome dell’anziano di ieri sera, io sorrido: - Comandi. Solo una gara amichevole.
    - Tieni qualche problema con l’autorità, Gagliardi?
    - Comandi. Dalla nascita.
    Ha un moto di stizza: - Ti addrizzo io.
    Mi mordo la lingua, trattenendo parole e parolacce.

    Cortile di Compagnia, racchiusi in quadrato fermissimo s’impara la presentazione. Persino le spiegazioni di Morabito non riescono a complicare una cosa tanto facile. Ma c’è sempre chi s’impappina, così andiamo a terra tutti. Mi rialzo leggermente ansimante, e seccato dall’inettitudine altrui. Morabito punta l’indice verso di me: - Allievo, venga qui e si presenti!
    Alzo immediatamente il braccio destro: - Comandi! - E m’affretto a raggiungerlo, schiaffandomi su un attenti monumentale. Testa alta, urlo raucamente: - Allievo paracadutista Gagliardi, Terzo Battaglione, Nona Compagnia, Secondo Plotone, Terza Squadra. Comandi!
    Morabito annuisce: - Torna a posto.
    Rientro nei ranghi, tutto goduto.
    È la volta di Bottero, che trotterella verso il caporale Pozzi. Grazie alle mie ripetizioni, esibisce un attenti passabile, fa per parlare. Ma tace.
    - Allievo, si presenti!
    Bottero rimane muto, bocca aperta e occhi stralunati.
    Pozzi fa un passo avanti, urlandogli dritto sulla faccia: - Sveglia, mezzasega! Ho detto si presentii, caxxo!!
    Bottero, espressione stravolta dalla grandine di urla e schizzi salivali, sbatte più volte le palpebre. E mormora: - Bottero Zovanni, piazere.
    Un attimo dopo risuona nel piazzale la risata dell’intera Compagnia. Persino Pozzi ghigna. Morabito, invece, è furibondo: - Per colpa di questo rincoglionito, pagate tutti. A terra!

    Fine orario addestrativo, in tabella puniti c’è di nuovo Bottero. Due giorni, scarsa formalità. Nonché Calegari e Dalmasso, posto-branda in disordine, un giorno. Io sono pronto per andare in libera uscita. Prendo il mollettone, faccio scattare la lama. Il bel suono metallico mi rallegra. La richiudo, infilo il coltello in tasca.
    Cale: - Che ci fai con quello?
    - Difesa personale.
    - Contro chi?
    - I pisani.
    Fa capolino Morabito: - Allievo, dove min chia credi di andare?
    - Comandi. Libera uscita.
    - Impossibile.
    - Comandi. Non sono punito.
    Sghignazza, battendo la stecca: - Servizio. ‘Pazzireee!

    Per due ore faccio il pinguino, pattinando ininterrottamente senza mai smettere di maledire Morabito.
    Bottero fissa sconsolatamente il vuoto, gli dò uno schiaffetto sulla nuca: - Allievo, sveglia!
    - Sono sveglio, che c’è?
    - Devi aggiornare il ruolino.
    - Non mi va.
    - Perché? Se continui così, fra trecentosessantadue giorni ti offro da bere.
    Scuote la testa, senza rispondere.
    - Che ti piglia, Botte’?
    - I miei conoscono un colonnello…
    - Ah, ti sei fatto paraculare.
    - Qualcosa si può fare, tra due mesi. Ma io sono già scoppiato ora.
    - Cos’è, vuoi strillare CAGATEMI ADDOSSO davanti a tutti?
    Scrolla le spalle, occhi bassi: - No, ma se serve per andarmene di qua…
    - I conigli scappano.
    Infastidito, distoglie lo sguardo dalla parete: - Che cavolo dici?
    - Selezione naturale. Nella vita vuoi essere preda o predatore?

    Passiamo la giornata successiva marciando nel cortile sotto la famosa Torre. Non quella pendente, celebre fra i turisti, bensì quella della Gamerra, spauracchio degli allievi. Nei rari minuti di pausa stiamo tutti col naso all’insù, a fissare la struttura in cemento, alta diciotto metri, usata per simulare il lancio. Ci si butta imbragati a un cavo d’acciaio, che arriva a terra centocinquanta metri più in là. Scorrendo con velocità crescente, sballonzolando appesi alla fune, bisogna aprire l’emergenza e dispiegarla, mantenere costante la posizione del corpo, toccare terra senza schiantarsi. Chi si lancia, urla. Di gioia o paura o entrambe. Ma per strappare questo raro privilegio, sghignazza Morabito, noi allievi dobbiamo ancora schiattare abbondante sangue. Perché il nostro passo da morfine fa cagare. La cadenza non si sente manco con l’amplificatore. Quando gridiamo - Tigre! - dev’essere un ruggito. E se continuiamo così, ci porta a marciare sui sassi.
    Vediamo arrivare lo sten, talloniamo violentemente urlando: - Folgore!
    L’ufficiale non sembra impressionato dalla nostra massiccità: - Allievi, di corsa!
    Circuitiamo, con occasionali stop per pompare, tra grida dei caporali, sferragliare di carrucola e strilli degli allievi precipitanti. In breve il gruppo si sgrana, facendo imbestialire l’ufficiale. Altre flessioni. Bottero, esausto, solleva ormai soltanto il busto. E nemmeno di tanto.
    - Allievo, lei striscia come un verme!
    Bottero dà fondo alle ultime energie, arrivando a sollevare il bacino.
    Lo sten, disgustato, gli schiaccia la schiena con la suola dello stivaletto: - Lei è totalmente privo di coglioni, allievo!

    Fine orario addestrativo, mi preparo ad andare in libera uscita. Guardo Bottero, chino a medicare i piedi: - Come va?
    Scuote la testa: - Ogni giorno è peggio. Io rinuncio.
    - E l’infermeria? Tra dottori è capace che ti fanno un permessino.
    - Forse sì, grazie.
    - Tieni duro, Botte’, cazzuto!

    Affronto i lunghi, severi e minuziosi controlli di Morabito, il quale deve ammettere che la mia tenuta è impeccabile. Ma chi poteva uscire ormai l’ha fatto. M’aggiusto il disco volante, raggiungo la porta. Il sottufficiale mi squadra: - Allievo, hai tutto?
    Nuovamente, in rapida successione, estraggo dalla tasca il necessario. Biglietto col numero di telefono della caserma, gettone telefonico, carta igienica, bottone della drop, ago e filo. Infine, quello che proprio non capisco a che serva, un pettine intero per quattro millimetri di capelli.
    - Esci da solo, allievo?
    - Comandi. Perché?
    - Non t’allontanare.
    Cammino pensando a Sophie. Mi manca da impazzire, vorrei tanto riuscire a parlarle. Ripassando mentalmente un po’ di francese nel caso risponda la madre, arrivo in vista dell’Arno. Chiedo in giro dov’è l’ufficio della SIP. Un capannello di vecchi rispondono che non lo sanno, una signora mi guarda schifata senza fermarsi, comincio a innervosirmi. Domando a due ragazze, che tirano dritto. Forse ho la lebbra e non me ne sono accorto. Fermo un giovane, chiedo. Mi manda a quel paese. Lo spintono, cade, esce gente da un bar. Cominciamo a litigare a parole, il ragazzo fa per tirarmi un pugno, gli ficco un calcio. Cade di nuovo. La gente urla, arrivano i carabinieri. Cerco di spiegare che volevo solo telefonare. Vengo riportato in caserma, con tanto di cazziatone e segnalazione del nominativo. Schiumante di rabbia, rientro in camerata. Al contrappello Bottero non compare. Morabito assegna a me il suo turno di piantone.

    continua...
    Ultima modifica di gagliardi; 23-04-20 alle 23: 20
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  7. #7
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    In questa prima settimana, nonostante lo scarso riposo notturno, abbiamo coperto chilometri e chilometri di marcia. Sempre cantando, sappiamo ormai a memoria molti inni. Ranghi ordinati, cadenza precisa, passo fragoroso, non siamo più un gregge di civili al pascolo. Tornando in Compagnia, la formazione transita davanti all’ufficio del capitano. È un soldataccio, molto terribile e temuto. Ci teniamo ben lontani da lui, altrimenti fioccano pezzi, cioè giorni di consegna. Punisce per sette e relativi multipli. Un profilo compare alla finestra, Morabito ringhia di far tremare gli infissi. Talloniamo violentemente, più volte. Il passo rimbomba come un terremoto, esplode il grido che incendia l’aria fredda: - FOLGORE!

    Tardo pomeriggio, vado in infermeria, busso. Rumore di passi strascicati, la porta si apre.
    - Botte’, come stai?
    I suoi occhi scintillano dietro le lenti, con la mano fa segno di entrare. Ambiente spoglio ma caldo, nell’angolo una stufetta elettrica. Bottero s’accomoda dietro la scrivania metallica, ingombra di libri. Io siedo sul lettino: - Allora?
    S’appoggia allo schienale, sorrisone: - Pacchia.
    - Cioè?
    - Normalmente gli assistenti di sanità sono studenti di medicina. Un laureato è molto più utile. Luca, cioè il tenente…
    - Vi date del “tu”?!
    - Tra colleghi...Luca dice che posso sostituirlo nei fine settimana.
    - Bravo gnugnu, così tu fai la muffa e lui torna a casa.
    - È già a casa, abita a Pisa.
    Mi scappa una smorfia: - Manco lo sforzo di prendere il treno.
    Estatico, sfiora con le dita la pila di volumi quasi fosse il didietro di Nadia Cassini: - Qui posso studiare.
    - Ancora? Già sei laureato.
    - Per la specializzazione.
    Ridacchio: - Ginecologia?
    - La ciornia dev’essere un piacere, non un lavoro. Io sono chirurgo, come Luca.
    - Secondo me sei un fesso, ma contento tu.
    - Fesso? Non penso proprio. D’ora in poi io dormo qui. I pasti me li portano e, se non di turno, sono libero di uscire. Niente alzabandiera, niente addestramento, niente di niente.
    - Come hai fatto?!
    Gongola, mostrando il distintivo sul petto: - ASA, Aiutante di Sanità. Vuoi un permessino? Barba, scarpe, qualunque cosa. Li firmo io.
    - No, grazie.
    - Sei un tipo strano, Gagliardi.
    - Strano non vuol dire una ceppa, Botte’. Qua in caserma quello strano sei tu.
    In quel momento la porta si apre ed entra il tenente medico. Io scatto in piedi, andando precipitosamente sull’attenti. Bottero solleva gli occhi: - Ciao, Luca.
    - Ciao, Giovanni. Novità?
    - Tutto tranquillo. Ti presento l’allievo Gagliardi.
    - Quello del cubo?
    Immobile, comincio a urlare: - Comandi. Allievo paracadutista Gagliardi, Terzo…
    - Comodo - Stende la destra - Piacere, Conti.
    La stringo, sorpreso e imbarazzato.
    Bottero si alza: - Noi facciamo un salto allo spaccio.

    Usciti, fatico a trattenere le ghignate: - Hai trovato l’America!
    - Oh, sì. Su una cosa avevi ragione, Gagliardi. Non voglio essere preda nella vita.
    - Non te la prendere, Botte’, ma non mi sembri uno che può campare di prepotenza.
    Sorride: - Non prepotenza, Gagliardi, intelligenza. La selezione naturale è un meccanismo complesso. Sopravvive il più adatto, non il più forzuto.
    - E tu, a fare il paraculo, sei adattissimo.
    Mi guarda offeso: - Paraculo?
    Rimbomba un noto vocione dalla cadenza tarra: - Paraculo!
    Dito puntato su Bottero, Morabito s’avvicina a grandi passi.
    Ci raggiunge in un baleno, a me lancia un’occhiata furibonda ma piena di promesse, e si concentra su Bottero: - Allievo…
    - Assistente di Sanità, prego.
    - Me ne strafotto, sei solo un paraculo - Sogghigna, osservando i piedi - Scarpe da ginnastica, stai punito!
    Bottero, in tutta tranquillità, estrae dal taschino un foglio: - Sono autorizzato.
    Morabito afferra il permessino, legge, alza gli occhi: - Di chi è ‘sta firma?
    - Mia, in qualità di ASA.
    Il caporale sibila furioso: - Non vale una min chia, come te.
    Bottero, imperturbabile, riprende il foglietto: - Sono un ASA, la firma è perfettamente valida.
    Gli occhi di Morabito schizzano dalle orbite, rabbia a pieni polmoni: - Stai punitoo!!
    Finito l’uragano, Bottero s’aggiusta gli occhiali: - Non sono più alle sue dipendenze, caporale. Ma se avrà la cortesia d’inoltrare il biglietto di punizione al mio attuale comandante, sono certo che lo terrà nel debito conto. Ora, se non le dispiace, stavamo andando allo spaccio.
    Attimi di silenzio. L’istruttore recupera il controllo, voce quasi normale: - Allievo, hai un bottone slacciato.
    Bottero abbassa gli occhi sulla Verde, incerto.
    Morabito gli strappa tutti i bottoni della giacca: - E mo’, andate a fare in culo allo spaccio.

    Il locale deputato allo svago della truppa è, come sempre, affollato. Bottero sguscia tra calcio-balilla e tavolini, cercando qualcuno con lo sguardo. Il cassiere lo vede, agita la mano. Mi sento molto imbarazzato a tagliare una coda di anziani, tanto più che il caporalmaggiore è lo stesso che ha cazziato Cale e fatto pompare anche me. Mi riconosce immediatamente: - Vuoi dire il tuo scaglione, aspirante allievo?
    - Comandi. Negativo.
    - Meglio così. Ehilà, Bottero, cosa bevi?
    - Ciao, Rebussi. Due birre. Quant’è?
    Gli rifila una pacca: - Ma stai scherzando?!
    Al bancone, ancora incredulo, sorseggio la birra: - Come caxxo fai, Botte’?
    - Non hai idea di quanta gente viene in infermeria.
    Lo guardo con genuina ammirazione: - Sei una leggenda.
    Fa un gesto neghittoso con la mano: - Esageruma nen.
    - Volevo dire un paraculo da leggenda.
    Ridacchia: - In questo forse non esageri.


    Prima di continuare ulteriormente, mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate.
    Ultima modifica di gagliardi; 23-04-20 alle 23: 24
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  8. #8
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    Io dico solo che non vedo l'ora che continui.....
    Ho letto tutto d'un fiato!!
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  9. #9
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    mi viene da chiedere due cose al volo. 1 per chi aveva un particolare titolo di studio o sapeva fare qualcosa, poteva essere destinato a fare quella mansione in automatico?
    2Non capisco come mai questo clima cosi ostile? Cioè se c'era un ambiente più dico sereno, mi spiego meglio qui le flessioni o meglio piegamenti sulle braccia vengono viste come punizioni e te le fanno quasi odiare, quando poi in realtà c'è gente che paga per andare in un luogo al chiuso e fa le stesse identiche cose!!!! Proprio come diceva Bottero si campa non solo di forza, un approccio pià ''morbido'' non sarebbe stato necessario e avrebbe portato magari a fare la naja anche più piacevolmente? Come dicevo in una discussione precedente, conosco un sacco di persone che se la sono svignata proprio per questo atteggiamento che vigeva in quegli ambienti!!!

  10. #10
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    Non è un clima ostile. E' un clima "rustico" che ha formato migliaia di militari. Un clima così era necessario per temprare molti giovani che arrivavano da realtà assolutamente inconcepibili per la mentalità di oggi. Era un clima che favoriva quello che si chiamava SPIRITO DI CORPO, sul cui concetto non mi dilungo. Era un clima che rimpiango....
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