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Discussione: Il biglietto del bambino al Santo Padre

  1. #1
    Maresciallo L'avatar di bemboz
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    Question Il biglietto del bambino al Santo Padre

    un bambino in sedia a rotelle, ammalato di cancro, è riuscito a consegnare al Papa un bigliettino con scritto un suo drammatico interrogativo: “Santo padre, perché se Dio è buono io ho il cancro?”
    il Papa ha promesso al bambino che risponderà al suo interrogativo, ma nel momento che risposta avreste dato voi a questo piccolo angelo?

  2. #2
    Utenti Storici L'avatar di basilischio
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    Tratto da: http://www.praglia.it/Foto%20tempora...rrocchiale.htm
    L'apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Roma la «profondità della ric*chezza, della sapienza e della conoscenza di Dio». I suoi giudizi sono «insondabili» e «inaccessibili le sue vie». Il mistero di Dio parrebbe dunque intangibile per l'uomo, trascendente al punto da rendere impossibile ogni comunicazione. Infatti – prosegue l'apostolo – «Chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?». Eppure questa trascendenza, per quanto reale, non rimane incomunicabile; il suo mistero non resta chiuso in se stesso. Dio si 'apre' e si comunica, e il luogo più autentico della sua manifesta*zione non è soltanto la nostra conoscenza, ma la vita stessa, in tutte le sue dimensioni. Infatti, «da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose». Il primo e fondamentale modo per entrare in dialogo con Dio è il nostro vivere stesso, in comunione con tutte le altre creature, purché sia qualificato dalla consapevolezza della nostra origine, nella gratitudine e nella lode: «a lui la gloria nei secoli!». Peraltro, il contesto più ampio in cui Paolo fa queste affermazioni è costituito dalla sua riflessione sulla salvezza di Dio che raggiunge tanto Israele – popo*lo scelto e mai ripudiato – quanto tutte le genti. Le vie insondabili di Dio si rivelano dunque non solo nella creazione, ma nel disegno di salvezza che egli misteriosamente traccia nella storia umana, nonostan*te tutte le apparenze contrarie o la nostra incapacità di riconoscere il suo dispiegarsi. È come se la prospettiva iniziale si capovolgesse: le vie di Dio appaiono misteriose e insondabili non perché oscure, ma per*ché sin troppo luminose, desiderose come sono di comunicare senza misura vita e salvezza, ben oltre quella che così spesso appare la nostra angusta capacità di comprensione. Il pensiero di Dio lo percepiamo imperscrutabile perché supera sempre la nostra stessa attesa ed è più radicale della nostra speranza. Tale è anche l'esperienza che fa Pietro, insieme agli altri apostoli, nel racconto evangelico di Matteo. Ciò che egli confessa dell'identità di Gesù – «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» – non deriva infatti dalle possibilità della sua conoscenza umana (dalla 'carne e dal sangue'), ma da quanto gli è stato rivelato dal «Padre mio che è nei cieli». Si tratta dunque di un dono dall'alto, che tuttavia — come ogni dono autentico — esige alcune condizioni per essere accolto. Il racconto di Matteo ne ricorda qualcuna, che possiamo provare a raccogliere. La prima consiste nella disponibilità a lasciarsi interrogare, il che equivale anche a vivere un atteggiamento di ricerca, proprio di chi non si accontenta di quanto già conosce, né si preoccupa di difendere gelosamente certezze già acquisite. La rivelazione del mistero di Dio, proprio perché è sempre oltre quello che la nostra carne e il nostro sangue già posseggono, ci chiede la docilità a lasciarci sorprendere e persino inquietare, o scalfire nelle proprie convinzioni. Nel testo che leggiamo questa domenica, è Gesù stesso che interroga i suoi discepoli. Altre pagine precedenti ci hanno mostrato i discepoli stessi che si lasciano interrogare e mettere in discussione da quanto ascoltano o vedono. Quanto meno, lasciano maturare in loro l'interrogativo sull'identità di Gesù, che non è un rabbi come gli altri. Dopo questa, c'è una seconda presa di distanza che viene richiesta al discepolo. Non solamente dalle proprie certezze, ma da quanto pensano gli altri o emerge dai sondaggi di opinione. I discepoli sanno rispondere prontamente, senza esitazioni, a Gesù che chiede loro cosa dice la gente che sia il Figlio dell'uomo. Sanno però che quelle opinioni, che elencano con precisione, non servono a definire la sua identità. Le conoscono, ma non si accontentano di esse. Cercano ancora e cercano oltre. Non possono per il momento dire con esattezza chi egli sia, ma non cadono nella tentazione di ridurre il suo mistero a schemi del passato, o a troppo facili cliché. Per quanto la 'carne e il sangue' non basti loro per conoscere il suo mistero, hanno comunque sufficiente sapienza umana per non acquietare la loro ricerca con troppo facili risposte, come sembra accadere alla gente. Il racconto non ci svela da che cosa sia determinato questo loro atteggiamento; probabilmente è il rapporto personale con il loro maestro che non consente ai discepoli di accontentarsi delle risposte di chi osserva Gesù da una maggiore distanza, senza un vero coinvolgimento perso-nale. Certo, la possibilità di dire chi egli davvero sia non viene dalla `carnee dal sangue', ma dalla parola del Padre; tuttavia è proprio quella prossimità che essi possono stabilire con Gesù grazie alla loro stessa 'carne e sangue' che consentirà a Pietro di non ritenersi soddisfatto di risposte troppo 'umane', aprendolo così ad accogliere la rivelazione che viene dall'alto. Tuttavia — ed è un'ulteriore condizione — anche quando si giunge a dare una risposta sull'identità di Gesù, per quanto vera essa sia, non è mai definitiva. Non è mai l'ultima risposta possibile. È un altro aspetto del mistero di Dio e dell'insondabilità del suo volto. Se diciamo che Dio è 'mistero' non è per affermare la sua inconoscibilità, piuttosto per riconoscere la sua 'inesauribilità'. Gesù, in quanto Figlio del Dio viven*te e sua piena rivelazione nella storia, non può essere racchiuso neppu*re nella risposta di fede di Pietro. È vero, egli è il Cristo, il Figlio del Dio vivente (interessante: non basta un solo titolo per definirlo, ne occorre sempre più di uno...), ma lo è in un modo molto diverso da come in questo momento Pietro immagina, coerentemente con quanto ha detto di lui. Pietro deve continuare a lasciarsi interrogare, sorprendere, mettere in crisi nelle sue certezze, come mostrano i versetti che seguo*no e che ascolteremo domenica prossima. Il Cristo e il Figlio del Dio vivente è proprio colui che dovrà «andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e veni*re ucciso e risorgere il terzo giorno». Pietro potrà comprendere quello che ora non capisce solo a condi*zione di continuare ad andare dietro a Gesù. Potrà com*prendere l'identità del volto di Cristo con il volto del Crocifisso solo se saprà a sua volta prendere su di sé la propria croce per seguirlo lungo la stessa via. Qui incontriamo un'ulteriore condizio*ne per accogliere la rivelazione del mistero di Dio in Gesù: la 'conver*sione'. Pietro può dire chi è Gesù solo se consente a Gesù di cambiargli il nome. Può dire di Gesù tu sei soltanto se consente a Gesù di dirgli a sua volta tu sei. «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Oltre a riceve*re dall'alto la possibilità di conoscere l'identità vera di Gesù, Pietro riceve in modo nuovo se stesso, la propria identità. Simone, uomo segnato come tutti dai limiti della povertà umana e di una condizione creaturale, diviene Cefa, 'pietra'. Anche in questo caso non è la sua 'carne e il suo sangue' a renderlo tale, ma il dono di Dio, la sua rive*lazione dall'alto. Solamente così possiamo conoscere chi sia davvero Gesù: quando gli consentiamo di trasformarci, di donarci un nome nuovo, di conferirci una possibilità che non viene da noi e dalle nostre capacità, ma dalla nostra relazione con lui. A Pietro Gesù promette le chiavi del regno dei cieli: «tutto ciò leghe*rai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Forse sbaglieremmo se intendessimo que*sta promessa di Gesù solo alla stregua del conferimento di un potere o di un'autorità, di qualsiasi tipo essi siano. Qui abbiamo anche un atto di fiducia. A Pietro che professa la sua fede in Gesù, Gesù risponde confessando la propria fiducia in Pietro, come accade a Eliakìm, figlio di Chelkìa nella prima lettura. Gesù si fida di Pietro, nonostante la sua umana debolezza, purché Pietro continui a confidare non in se stesso, nella propria carne e nel proprio sangue — altrimenti tornerà a essere sasso di inciampo — ma in colui che dichiara essere il Cristo e il Figlio del Dio vivente. Più che preoccuparsi di definire con esattezza il suo nome e il suo mistero, Pietro deve continuare a fidarsi di lui, seguendo-lo, anche quando non capisce più chi stia seguendo e su quale via debba farlo. Questo è il vero problema della fede, per Pietro e per noi: non accontentarsi di sapere con verità chi è Gesù, ma seguirlo perché ci si fida di lui. Le vie di Dio, torniamo a ripetere con Paolo, sono 'insondabili' e 'inaccessibili'. Ma sempre affidabili!
    Il tutto si potrebbe condensare in "La risposta la può trovare solo in Dio. Solo da Lui può ricevere una risposta coerente al suo essere, non da un essere umano come il Papa che lo rappresenta".
    Se ti fosse sfuggito
    Facile riempirsi la bocca di belle parole, il difficile è mettersi le mani in tasca e tirar fuori qualche euro.
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