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Discussione: Corso Base Volontari generici Protezione civile

  1. #1
    Maresciallo L'avatar di Mande
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    Predefinito Corso Base Volontari generici Protezione civile

    Ciao a tutti, volevo in questo topic pubblicare i testi del corso base di protezione civile (validato da Iref), come promemoria e spunto di riflessione su tematiche di protezione civile!
    Gli argomenti sono:
    -Protezione civile in ambito locale e nazionale
    - legislazione
    - Rischi antropici e naturali
    -Rischio e pianificazione del rischio
    -il rischio idrogeologico
    -DPI
    -TLC
    -Antincendio (incendi e prevenzione incendi - la protezione antincendio - modalità procedurali-operative da adottare in caso di incendio)
    -Primo soccorso
    - Organizzazione di AREU (Azienda regionale emergenza-urgenza) e 118
    -Psicologia dell'emergenza
    - La maxiemergenza
    - Il ripristino dei servizi di base e la ricostruzione dopo l'evento
    - Forme moderne di terrorismo e nozioni funzionamento sistema NBC
    -Che ne pensate?
    Domani se va bene si può iniziare!
    Ultima modifica di Mande; 29-09-11 alle 21: 27

  2. #2
    Maresciallo L'avatar di Mande
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    Lezione n. 1-Protezione Civile in ambito locale e nazionale / deontologia del volontario / storia

    ORGANIZZAZIONE= Associazione di persone collegate tra loro in una struttura organica per cooperare a un fine comune
    VOLONTARIATO = “Prestazione volontaria e gratuita della propria opera e dei mezzi di cui si dispone a favore di categorie di persone che hanno gravi necessità e assoluto e urgente bisogno di aiuto e di assistenza, esplicata per far fronte a emergenze occasionali (come attività individuale o di gruppi e associazioni). Il volontariato è un servizio sociale.
    VOLONTARIO = Chi assume un impegno o si presta a operare, a collaborare, a fare qualcosa di propria volontà, indipendentemente da obblighi e da costrizioni esterne
    DATI = Nel secolo scorso le calamità naturali hanno ucciso nel mondo oltre 5 milioni di persone , colpendone altre 250 milioni. I danni maggiori sono stati provocati dai terremoti, dalle frane, dalle alluvioni e dalle eruzioni vulcaniche. L’ Italia, sia per la frequenza di episodi calamitosi sia per l’estensione di tali eventi in termini di danni e di perdita di vite umane, recita una parte importante.

    STORIA
    L’Italia è un paese che è stato ed è tuttora interessato da calamità di ogni natura. Secondo i dati disponibili, negli ultimi 80 anni si sono avuti 5.400 alluvioni e 11.000 frane e sono stati sostenuti oneri, negli ultimi 20 anni, di 150.000 miliardi di Euro per i danni dovuti a sismi e disastri idrogeologici. In passato ci si è trovati spesso impreparati ed impotenti nel fronteggiare gli eventi calamitosi. Gli interventi gestiti da istituzioni, organizzazioni solidaristiche e associazioni di operanti nell’attività sociale , generalmente mal coordinati e non sempre tempestivi, si limitavano al soccorso e gestione dell’emergenza.Le principali aggregazioni nate su queste spinte emotive che si possono ricordare sono gli ordini religiosi medioevali (templari,ecc.) le Misericordie fiorentine nate a Firenze tra il 200 e il 300 e i vigili del fuoco presenti già da diversi secoli nelle vallate alpine.L’impatto drammatico di calamità quali i terremoti del Belice, del Friuli, dell’Irpinia - le alluvioni del Po, dell’Arno - verificatesi negli ultimi 30 anni, ha imposto alle Istituzioni la necessità di delineare un quadro generale di razionalizzazione e coordinamento metodologico per una gestione ordinata e logica della materia. Con l’incalzare degli eventi calamitosi, è stato chiaro a tutti il valore strategico di un’unica struttura a livello nazionale che trattasse solo la Protezione Civile.Non un’Amministrazione con corpi specializzati di intervento ma un sistema capace di unire tutte le forze pubbliche e private già presenti sul territorio nazionale.Non si trattava di inventare nuove istituzioni, ma di utilizzare al meglio ciò che la comunità nazionale aveva già a disposizione. In seguito il concetto di Protezione Civile si è evoluto in altre direzioni includendo non solo le attività di soccorso e la gestione dell’emergenzama anche attività di previsione e prevenzione, incluso l'organizzazione dei grandi eventi. Aspetti essenziali che permettono, agli esperti, di realizzare non solo dei modelli di intervento operativi, ma di determinare i tipi di risorse da utilizzare nell’emergenza.


    EVENTI CALAMITOSI DAL 1900 AL 2000
    - 1904 Terremoto di Calabria - 557 vittime
    - 1905 Terremoto di Calabria - 500 vittime
    - 1908 Terremoto di Messina - 87.000 vittime
    - 1915 Terremoto di Avezzano - 33.000 vittime
    - 1917 Terremoto di Val Tiberina - 20.000 vittime
    - 1919 Terremoto al Mugello - 100 vittime
    - 1920 Terremoto in Garfagnana - 171 vittime
    - 1930 Terremoto in Irpinia - 1425 vittime
    - 1944 Eruzione del Vesuvio - 45 vittime
    - 1951 Allivione del Polesine - 84 vittime
    - 1963 Disastro del Vajont - 2000 vittime
    - 1966 Alluvione di Firenze - 113 vittime
    - 1976 Terremoto in Friuli - 976 vittime
    - 1980 Terremoto in Irpinia - 3000 vittime
    - 1983 Incendio Cinema Statuto di Torino - 84 vittime
    - 1986 Disastro ICMESA di Seveso
    -1987 Frana in Valtellina
    - 1989 Disastri aerei di Azzorre e Cuba
    - 1994 Alluvione in Piemonte e Liguria - 75 vittime
    - 1997 Terremoto in Umbria - 11 vittime
    - 1998 Frana a Sarno - 160 vittime
    - 2000 Alluvioni in tutto il Nord Italia - 25 vittime
    - 2001 Incidente aereo di Linate - 118 vittime
    - 2002 Incidente aereo al Pirelli - 3 vittime
    - 2002 Terremoto in Molise - 30 vittime

    PRINCIPI DEL VOLONTARIATO
    I principi del volontariato sono Preparazione (perchè senza non si è in grado si operare in nessun contesto), Continuità (perchè operando discontinuatamente non si rimane aggiornati e si rischia di compromettere il buon operato della Protezione civile), e motivazione (perchè senza motivazione, è inutile che si faccia volontariato!)

    ORGANIZZAZIONI DI VOLONTARIATO (OOV)
    Le oov si distinguono in due gruppi: Associazioni di volontariato, e Gruppi Comunali. la differenza sostanziale, oltre al diretto controllo da parte del comune, sta che all'interno delle Associazioni il Legale rappresentante è il Presidente, eletto democraticamente dall'assemblea dei soci, mentre nei gruppi comunali è il Sindaco.
    I settori di operatività delle OOV sono: Assistenziale, Antincendio, Cinofilo (da valanga, ricerca in superfice, fire dog, ricerca su macerie, ricerca resti umani, soccorso in acqua), Telecomunicazioni e radiocomunicazioni, Logistico, Sanitario, Soccorso alpino, Psicologico e Subacqueo.
    Le OOV collaborano "a cascata" (ovvero in base al tipo di emergenza si sale di livello) con le istituzioni: Comune, Provincia, Regione e Dipartimento della Protezione Civile
    I campi di azione delle OOV sono: Previsione, Prevenzione, Emergenza, e Superamento con lo scopo di ricostruire il tessuto sociale che a causa di un evento è venuto a mancare.

    IL SISTEMA DI PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE
    Costituiscono strutture operative nazionali del Servizio Nazionale della protezione civile:
    Il Corpo Nazionale dei Vigile del Fuoco, quale componente
    fondamentale della protezione civile
    b) Le Forze Armate
    c) Le forze di Polizia (P.S.-C.C.-G.d.F.)
    d) Il Corpo Forestale dello Stato
    e) I servizi tecnici nazionali
    f) I gruppi nazionali di ricerca scientifica, l’Istituto Nazionale di geofisica
    g) La Croce Rossa Italiana
    h) Le strutture del servizio sanitario nazionale
    i) Il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino
    j) Le organizzazioni di volontariato
    (Legge 225/92)


    METODO AUGUSTUS
    Questo metodo prevede varie fasi, prima su tutte la definizione dello scenario ovvero l'area che deve essere sottoposta a pianificazione, successivamente l'individuazione dei rischi peculiari all'area in questione e per ultimo il dispositivo ovvero "chi fa? che cosa?". Quest'ultima fase avviene attraverso l'individuazione di 14 funzioni di supporto che corrispondono a tutte le figure istituzionali competenti e specifiche per ogni settore. Tali funzioni sono direttamente coinvolte durante l'emergenza stessa, ma soprattutto nelle fasi precedenti ad essa di pianificazione e prevenzione. Le 14 funzioni, sono tali in tutto il territorio nazionale e a tutti i livelli (nazionale, regionale, provinciale), tranne nel caso dei Comuni dove avviene una pianificazione che individua 9 funzioni di supporto.
    Quando necessario, le funzioni vengono attivate e chiamate a prendere posto presso i Centri Operativi. Questi ultimi possono essere di vario livello, a seconda del tipo di estensione geografica dell'emergenza. A livello comunale (emergenza locale), verrà attivato un C.O.C. acronimo di Centro Operativo Comunale ed è presieduto dal Sindaco o suo delegato (massima autorità di Protezione Civile a livello comunale). A livello provinciale verranno attivate due strutture operative ovvero: il C.C.S. ovvero Centro Coordinamento Soccorsi che ha sede presso la Prefettura della provincia e allo stesso tempo vengono attivati uno o più C.O.M., Centri Operativi Misti. Questi ultimi hanno la peculiarità di essere presenti il più vicino possibile al luogo dell'evento ed essere così un "occhio" e "braccio operativo" del C.C.S. presieduto dal Prefetto o suo delegato (autorità di Governo provinciale). A livello regionale avremo un C.O.R. la cui autorità superiore è il Presidente della Regione. In caso di emergenza nazionale verrà attivata la Di.Coma.C acronimo di Direzione di Comando e Controllo, con sede presso il Dipartimento della Protezione Civile.
    I responsabili sono solitamente funzionari di medio-alto livello dell'ente / struttura deputata all'esercizio della funzione, ed è da questi delegato a rappresentarli ed a gestirne le risorse attivate in emergenza. Il punto di forza di questo metodo è nella flessibilità di applicazione, che permette ad esempio di non attivare una o più funzioni nel caso non siano necessarie per lo svolgimento delle operazioni previste. Inoltre, la copresenza di tutti i responsabili di funzione (con relativo potere di attivazione e gestione in tempo reale - e di concerto - di tutte le forze impiegate) rende molto più efficace e tempestiva l'integrazione delle operazioni "joint".
    Le quattordici funzioni, individuate in breve dalla lettera F e da un numero progressivo, sono:
    F 1 - Tecnica e di pianificazione
    F 2 - Sanità, assistenza sociale e veterinaria
    F 3 - Mass-media e informazione
    F 4 - Volontariato
    F 5 - Materiali e mezzi
    F 6 - Trasporti, circolazione e viabilità
    F 7 - Telecomunicazioni
    F 8 - Servizi essenziali
    F 9 - Censimento danni a persone e cose
    F 10 - Strutture operative
    F 11 - Enti locali
    F 12 - Materiali pericolosi
    F 13 - Assistenza alla popolazione
    F 14 - Coordinamento centri operativi

    In caso di evento bisogna immediatamente circoscrivere l'area evento seguendo un piano ben definito:
    1. individuare le aree interessate
    2. Suddividere la zona di crash con il metodo dei cerchi concentrici (zona rossa accessibile ai soli soccorritori, zona gialla are di afflusso limitato ai mezzi di soccorso, zona verde area di ammassamento dei mezzi di soccorso)
    3. Predisporre le zone dove allestire:
    - P.M.A. (Posto Medico Avanzato)
    - P.C.A. (posto di comando avanzato)
    - Elisuperfice (Militare e Sanitaria)
    - Area di ammassamento dei mezzi di soccorso
    4. Il corridoio per i mezzi di soccorso e il corridoio sanitario
    5. il corridoio per le vie di fuga
    6. il corridoio per l'evaquazione
    7. le vie di comunicazione alternative
    8. I mezzi di comunicazione
    9. le risorse
    10. l'informazione alla popolazione


    Proissima lezione "Legislazione"....
    Ultima modifica di Mande; 18-08-11 alle 14: 55

  3. #3
    Moderatore L'avatar di Matty91
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    Ottimo Mande, ottimo

    "Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini, che trovano piu' facile vivere nel modo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo. Impossibile non è un dato di fatto.E' un' opnione. Impossibile non è una regola. E' una SFIDA. Impossibile non è uguale per tutti...Impossibile non è per sempre... Impossible is nothing."

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  4. #4
    Maresciallo L'avatar di Mande
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    [/COLOR]LEZIONE N. 2 LEGISLAZIONE

    La prima legge in materia di Protezione civile risale al 1970 con la legge n. 996 (norme sul soccorso e l'assistenza alle popolazioni colpite da calamità), per avere una legge che regolamenta il soccorso volontario, bisognerà aspettare fino al 1992 con la legge quadro sul volontariato di Protezione civile (n. 266), fino ad approdare nel 1992 con la legge n. 225 con l'istituzione del servizio nazionale di Protezione civile.

    ART. 27 COSTITUZIONE C. 1 - La responsabilità penale è personale
    Il volontario, come tutti gli altri individui è soggetto a responsabilità civile e penale dovute a comportamenti che hanno avuto conseguenze rilevanti. Però, mentre per la responsabilità civile può rispondere anche l’ente o l’organizzazione per cui opera il volontario, oltre al volontario stesso, per la responsabilità penale che sorge davanti ad un reato, risponde sempre e solo la persona
    fisica che lo ha commesso.

    LEGGE 266/91- Legge quadro sul volontariato di Protezione civile
    Art. 4 - assicurazione degli aderenti alle ov (implementato dal DM24/02/92 Obbligo alle Organizzazioni di Volontariato ad assicurare i propri aderenti che prestano attività di volontariato, contro gli infortuni e le malattie connesse allo svolgimento dell’attività stessa, nonché per la responsabilità civile per danni cagionati a terzi dall’esercizio dell’attività medesima.)
    Art 7 convenzioni
    - C1. Lo stato, le regioni, le province autonome, gli enti locali egli altri enti pubblici possono stipulare convenzioni con le organizzazioni di volontariato iscritte da almeno sei mesi nei registri di cui all’articolo 6 e che dimostrino attitudine e capacità operative.
    -C2. Le convenzioni devono contenere disposizioni dirette a garantire l’esistenza delle condizioni necessarie a svolgere con continuità le attività oggetto della convenzione, nonché il rispetto dei dirittie della dignità degli utenti. Devono inoltre prevedere forme di verifica delle prestazioni e di controllo della loro qualità nonché le modalità di rimborso delle spese.
    -C3. La copertura assicurativa di cui all’articolo 4 è elemento essenziale della convenzione e gli oneri relativi sono a carico dell’ente con il quale viene stipulata la convenzione medesima.

    LEGGE 225/92 - Istituzione del servizio nazionale di Protezione civile
    Costituiscono strutture operative nazionali del
    Servizio Nazionale della protezione civile:
    (vedere lezione n.1)
    art. 18 volontariato- Il Servizio Nazionale della protezione civile assicura la più ampia partecipazione dei cittadini, delle associazioni di volontariato e degli organismi che lo promuovono all’attività di previsione, prevenzione e soccorso, in vista
    o in occasione di calamità naturali, catastrofi.

    Inoltre ci sono vari riferimenti legislativi che regolamentano e tutelano il volontariato di Protezione civile:
    Dpr 613/94 - Regolamento recante norme concernenti la partecipazione delle associazioni di volontariato nelle attività di Protezione Civile
    Dpr 194/01 - Regolamento recante nuova disciplina della partecipazione delle organizzazioni di volontariato alle attività di Protezione Civile
    Dl 112/98 “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle Regioni e agli Enti locali" art. 108 p. C c.6 - utilizzo del volontariato di protezione civile a livello comunale e/o intercomunale
    art. 31. Nell’ambito del sistema regionale di protezione civile, le province provvedono:
    b) al coordinamento delle organizzazioni di volontariato di protezione civile esistenti sul territorio provinciale, sulla
    base delle direttive regionali di cui all’articolo 4, comma 11, e limitatamente agli eventi di cui all’articolo 2, comma 1,
    lettera b), della legge 24 febbraio 1992, n. 225 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile)
    raccordandosi con i comuni interessati dall’evento
    calamitoso e dandone comunicazione alla regione;
    Inoltre la Regione Lombardia riconosce la funzione del volontariato come espressione di solidarietà sociale, quale forma
    spontanea, sia individuale che associativa, di partecipazione dei cittadini all’attività di protezione civile a tutti i livelli, assicurandone l’autonoma formazione e lo sviluppo con la Legge regionale n. 16/04.
    Queste sono solamente delle nozioni fondamentali di Legislazione in materia di volontariato di Protezione civile, esistono inoltre innumerevoli leggi che variano dal CC al CDS che interessano il volontariato di PC, che tutti devono sapere!
    Ultima modifica di Mande; 06-09-11 alle 15: 10

  5. #5
    Moderatore L'avatar di Matty91
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    Invito gli utenti a non postare alcun messaggio, in modo da lasciare all'utente mande i primi post della discussione, permettendo così, una volta terminata la pubblicazione delle "lezioni", una miglior consultazione.

    Grazie

    "Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini, che trovano piu' facile vivere nel modo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo. Impossibile non è un dato di fatto.E' un' opnione. Impossibile non è una regola. E' una SFIDA. Impossibile non è uguale per tutti...Impossibile non è per sempre... Impossible is nothing."

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  6. #6
    Maresciallo L'avatar di Mande
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    LEZIONE N. 3 -PIANIFICAZIONE DEL RISCHIO

    COS'E LA PROTEZIONE CIVILE?
    E’ ormai sufficientemente accettato che l’incidente diventa catastrofe ed il soccorso diventa Protezione Civile quando la gravità o la
    complessità di un evento calamitoso sono tali da richiedere un intervento complesso coordinato di più forze specialistiche. La Protezione Civile è stata quindi definita come “l’insieme coordinato delle attività volte a fronteggiare eventi straordinari che non
    possono essere affrontati da singole forze ordinarie". Non è un sistema nel quale partecipano solo gli
    addetti ai lavori, ma è un interesse di tutti (infatti come recitava il vecchio slogan:"Protezione civile, di tutti con tutti"), pur con l’ampio impiego delle forze istituzionalmente preposte agli interventi. Non si riuscirà mai a costruire un sistema efficace di Protezione Civile senza un coinvolgimento di massa dei cittadini, adeguatamente organizzati mediante le Associazione di Volontariato.
    La definizione ONU di Protezione civile è:Un servizio di gestione dell’Emergenza, organizzato in termini di leggi appropriate e procedure definite, capace di contrastare l’impatto sulle comunità di qualsiasi disastro, emergenza naturale o causata dall’uomo, attraverso l’addestramento, la correlazione, la cooperazione e l’applicazione coordinata di tutte le risorse umane e tecnologiche
    disponibili.
    In Italia, la Protezione civile comprende tutte le attività di prevenzione delle catastrofi perchè non esistono altre strutture che se ne occupano con continuità.Per colmare il vuoto la Protezione civile lavora piuttosto sulla mitigazione del rischio che non semplicemente nella gestione dei soccorsi.L’Emergenza è sempre presente, sul territorio in cui viviamo ci sono tutte le premesse perché possa avvenire un disastro in qualsiasi momento.siamo, cioè in presenza costante di una “ Emergenza Latente"

    EMERGENZA LATENTE
    Il concetto è fondamentale per arrivare alla definizione di Protezione Civile modernamente intesa, cioè non solo come cultura del soccorso, ma come cultura della mitigazione del rischio. Occorre agire sulla vulnerabilità del territorio per ridurre il danno, intervenendo, con azioni strutturali e non, sui tre sistemi che costituiscono la complessità della nostra società: sistema naturale, sociale e politico.
    Sistema naturale: Esprime la vulnerabilità geografica e fisica del territorio, derivante dalla presenza di elementi naturali di
    pericolo; è certamente il punto più delicato su cui intervenire. La mitigazione è spesso impossibile, ma a volte si possono realizzare opere, lavori di contenimento o di rinaturalizzazione, o interventi di altro tipo atti a contenere e regimentare il rischio.
    Sistema sociale: Esprime la vulnerabilità sociale, derivante dalla presenza umana; in questo caso la mitigazione comprende tutte quelle misure di carattere collettivo che possono essere prese nella gestione del territorio, nell’urbanizzazione.
    Sistema Politico: Esprime la vulnerabilità gestionale o organizzativa intesa come capacità di attrezzarsi per l’emergenza, lungimiranza nell’organizzazione delle risorse umane, nella pianificazione, esercitazione e informazione alla popolazione.

    SISTEMA REGIONALE DI PROTEZIONE CIVILE
    Come già detto tra i compiti della Protezione civile (se non il fondamentale) rientra anche la prevenzione, esistono tre tipi di prevenzione:
    -Prevenzione a brevsissimo termine:sviluppando azioni di preannuncio e allertamento degli eventi calamitosi attesi.
    -Prevenzione a breve/medio termine: progettando e realizzando opere di difesa del suolo, di monitoraggio dei rischi e di ingegneria naturalistica, sviluppando la pianificazione di emergenza degli Enti Locali
    -Prevenzione a lungo termine: agendo sui fattori urbanistici e territoriali, sviluppando politiche rigorose di protezione e conoscenza e controllo del Territorio. A livello regionale, dopo la riforma costituzionale del Titolo V, si parla di “Sistema Regionale di Protezione Civile”, in cui
    forze istituzionali e forze volontarie, Regione ed Enti locali, svolgono tutti insieme, in modo sinergico, la funzione di PROTEZIONE CIVILE

    Quindi per ricapitolare: La Protezione civile svolge un’attività di COORDINAMENTO, anzi di GOVERNO e di INTEGRAZIONE di forze
    diverse, che hanno scarsa attitudine a lavorare insieme, e che invece servono tutte in caso di emergenza. Un insieme di forze,
    istituzionali e volontarie, che in caso di emergenza cooperano tra loro per proteggere persone e beni, e per soccorrere quanti sono in
    difficoltà!
    Ultima modifica di Mande; 15-08-11 alle 18: 18

  7. #7
    Maresciallo L'avatar di Mande
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    LEZIONE 4 - RISCHI ANTROPICI E NATURALI

    PICCOLO GLOSSARIO SUL RISCHIO
    Rischio incontro = fra Pericolo e Vittima
    Pericolo = misura dell’anomalia e della gravità di un evento
    Debolezza = vulnerabilità o attitudine a subire un danno
    Previsione = conoscere anticipatamente
    Prevenzione = diminuire la probabilità dell’evento e i suoi danni

    CALCOLO DEL RISCHIO
    L'indice di rischio di un evento lo si calcola con una proporzione semplicissa:
    R=PxV
    R= RISCHIO ovvero valore atteso di perdite dovuto al verificarsi di un evento in una data area
    P= PERICOLO ovvero la probabilità che un fenomeno di una determinata intensità si verifichi in una data area
    V= VULNERABILITA’ ovvero la fragilità di un territorio o propensione a subire danneggiamenti

    CLASSIFICAZIONE DEL RISCHIO
    In ambiti di Protezione civile i rischi si suddividono in due categorie: Per origine e per scenari. Andiamo ora a esaminare i rischi per origine.
    I rischi si catalogano per origne naturale (o morfologica) e antropici.
    I rischi naturali sono processi naturali che, per l’irregolarità e le dimensioni delle manifestazioni, minacciano l’esistenza dell’uomo e la superficie terrestre e quindi limitano la possibilità di sfruttare le risorse ambientali ed esercitano un’azione pregiudizievole sui sistemi ecologici.
    Mentre i rischi antropici sono situazioni artificiali dovute alle iniziative e alle attività dell’uomo che sottopongono gruppi di umani
    a minacce di inquinamento, guasti delle comunicazioni, problemi generali di vita e di sopravvivenza.

    Inoltre è poi possibile catalogare i rischi in base a 7 grandi scenari di maggior portata e raggruppare fatti diversi nel loro sviluppo ma scientificamente omogenei o affini:
    - Scenario sismico
    -Scenario vulcanico
    -Scenario chimico
    -Scenario idrogeologico
    - scenario "fuoco"
    - Scenario nucleare
    - Scenario derivato dal trasporto si sostanze.

    DIFESA DEI BENI CULTURALI
    La difesa dei beni culturali è un’attività che attraversa trasversalmente quasi tutti i rischi descritti: sismi, eruzioni vulcaniche, inondazioni, terremoti possono avere conseguenze devastanti sull’immenso patrimonio localizzato su tutto il territorio nazionale.
    Effetti nocivi sono dovuti anche alla qualità dell’aria e delle acque meteoriche (piogge acide).

    RISCHIO SISMICO
    Il rischio sismico è definibile come l’incrocio tra i dati di pericolosità (definizione delle strutture sismogenetiche e capacità di caratterizzazione dell’eccitazione sismica ad esse asssociata),di vulnerabilità (capacità degli oggetti esposti di resistere alle
    sollecitazioni) e di esposizione (presenza sul territorio di manufatti a rischio).
    Il 40% della popolazione italiana vive in aree a rischio sismico.In queste aree il 64% degli edifici non è costruito secondo le norme
    antisismiche.
    In Italia dal 1000 ad oggi si sono avuti 30.000 terremoti, dei quali circa 200 disastrosi. I terremoti hanno causato la morte di 120.000 persone nell’ultimo secolo.
    Cosa sono i terremoti? Fenomeni distruttivi dovuti alla frammentazione della litosfera, con conseguente propagazione di onde d’urto fino alla superficie terrestre.Definizioni importanti: epicentro (punto all'interno della Terra ove inizia a propagarsi la frattura che origina un terremoto.La distanza tra epicentro e ipocentro è detta profondità focale), ipocentro (punto dell'epicentro in superfice) . Rischio Maremoto se l’evento avviene in o vicino al mare
    COSA FARE IN CASO DI TERREMOTO
    Prima della scossa: informarsi se si abita in zone a rischio, sapere quali sono i punti più sicuri in casa (muri portanti, travi in cemento armato), del luogo dove ti trovi, informarsi dove si trovano gli interruttori di luce, acqua e gas, sapere, individuare e provare l'efficenza delle porte di sicurezza, evitare di mettere mobili che cadendo ostruiscono vie di fuga, informarsi dove si trovano luoghi sicuri aperti nella zona in cui ci si trova, assicurarsi che tutte le persone che vivono con noi sappiano cosa fare.
    Durante la scossa, se ti trovi in luogo chiuso: mantieni e contribuisci a mantenere la CALMA, non precipitarti fuori, ma rimani dove ti trovi, riparati sotto tavoli, architravi, o muri portanti, allontanati da finestre, porte a vetri o armadi che cadendo possono ferirti, dopo la scossa, se possibile stacca gli interruttori di luce e gas, finita la scossa lascia l'edificio SENA USARE ASCENSORI e persorrendo le scale lato muro col dorso della mano rivolto verso il muro tastandolo.
    Durante la scossa se ti trovi in luogo aperto: allontanarsi da edifici, alberi, lampioni, linee elettriche o telefoniche che cadendo possono ferirti, cerca un posto dove non hai nulla sopra di te, o al massimo cerca riparo sotto panchine o qualcosa di solido, non avvicinarti agli animali perchè potendo essere spaventati reagiscono in maniera violenta.
    Dopo la scossa: verivica lo stato di salute di chi hai attorno e soccorri chi ne ha bisogno, accertati che non vi siano principi di incendio, raggiungi le aree di raccolta prestabilite, usa il telefono e apparati radio SOLO in caso di estrema necessità.

    RISCHIO INCENDI BOSCHIVI
    Gli incendi boschivi costituiscono attualmente la causa più importante di distruzione del patrimonio boschivo nei paesi dell’area.
    In Italia ogni anno mediamente si registrano 50.000 incendi con la distruzione di circa 800.000 ettari di bosco.Negli ultimi 20 anni sono stati distrutti dal
    fuoco circa 2.697.000 ettari di superficie (per maggiori dettagli si rimanda al post sull'antincendio)

    TEMPORALI CON FULMINI
    In caso di temporali con fulmini, se si è all'aperto assumere la posizione accovacciata a piedi uniti e con le ginocchia verso il petto, se possibile raggiungere la macchina, levare l'antenna, e chiudersi dentro senza toccare parti metalliche del veicolo, se possibile riparati in luogo sicuro e al coperto, se ciò non è possibile allontanati da alberi, creste, picchi, non aprire l'ombrello e togliti gli oggetti metallici di dosso.
    Se invece si è in casa verificare che porte e finestre siano ben chiuse, stacca le spine dalle prese e gli spinotti delle antenne tv e radio, se si ha un camino, evitare di stargli vicino durante la tempesta.

    TROMBA D'ARIA
    Se si è all'aperto ripararsi in una zona sicura e al coperto e rimani in attesa che la tromba d'aria sia pasasta.
    se si è in casa non uscire e verifica che porte e finestre siano ben chiuse, ascolta radio e tv per informarsi per l'evento, usa il telefono solo in caso di reale emrgenza.
    Se si è in auto guida lentamente (max 30 km/h) e raggiungere un'area protetta, evita le pozze d'acqua (gli schizzi potrebbero mandare in corto la centralina elettrica, bloccando il veicolo), usa marce basse e motore al massimo (per evitare di far entrare acqua nella marmitta)

    BLACKOUT
    In caso di blackout tieni a portata di mano una torcia, e una radio con delle pile, non aprire congelatori e frigoriferi, se non per estrema necessità, se si ha un telefono cellulare, tenerlo acceso perchè potrebbero arrivare sms sullo stato del black out (tenerne acceso solo uno alla volta), al verificarsi di un black out prolungato, accendi la radio per ascoltare i messaggi diramati dalle autorità, non utilizzare ascensori, usa il telefono solo in caso di reale emergenza, se si deve usare autoveicoli, prestare la massima attenzione agli incroci, alla rirpesa dell'energia elettrica, modera i consumi, non accendendo in contemporanea tutti gli elettrodomestici.

    RISCHIO NUCLEARE
    Nel nostro paese non esistono più impianti nucleari attivi, tuttavia esistono rischi dovuti ad ex impianti nucleari, che attualmente stoccano materiale radioattivo.Deriva dagli effetti nocivi che l’esposizione alle radiazioni ionizzanti comporta sulla vita umana, animale e vegetale. Esistono due tipologie di
    rischio nucleare: una derivante dalla possibilità di incidenti in centrali nucleari, l’altra determinata dall'uso di armi nucleari
    CONTAMINAZIONE NBCR (Nucleare, Biologico, Chimico, Radioattivo)
    Alla diramazione di un'allarme di questo tipo sa parte delle autorità bisogna seguire determinate procedure:
    Se ti trovi in un luogo chiuso: mantieni la CALMA e reagisci in maniera RAZIONALE, non precipitarti fuori, verifica che siano ben chiuse porte e finestre e sigillale con teli di plastica e nastro adesivo (in mancanza va benissimo stracci umidi e silicone) soprattutto nelle fessure tra porta e pavimento. Chiudi e sigilla camini, condotti di areazione, ventilatori e aperture verso l'esterno, evitare l'uso di telefono e apparecchi radiotrasmittenti, da usare SOLO in caso di reale necessità, accendi la tv o la radio per rimanere in ascolto delle indicazioni fornite dalle autorità, poichè tali contaminazioni possono durare nel tempo sarebbe consigliabile essere forniti di una buona scorta di acqua e generi alimentari in scatola, oltre che disinfettanti vari, mascherine, guanti e stivali in gomma, attendi la comunicazione di CESSATO ALLARME prima di uscire dall'ambiente in cui ti trovi e attieniti alle istruzioni delle autorità competenti per un'eventuale decontaminazione dell'ambiente in cui ti trovi e degli oggetti in esso contenuti.
    Se ti trovi in luogo aperto: Raggiungi immediatamente il più vicino luogo chiuso e rimanici fino al termine dell'emergenza, se sei in automobile blocca i finestrini e le bocchette di areazione, lasciando il riciclo dell'aria interna.

    RISCHI TECNOLOGICI
    In Italia i rischi tecnologici si suddividono in due rischi: quello che riguarda le industrie a rischio, e il trasporto di sostanze pericolose.
    Rischio derivato da industrie a rischio
    COSA SONO : Realtà industriali che utilizzando o detenendo particolari sostanze espongono la popolazione al rischio industriale
    ESEMPI DI RISCHIO:Incendio Esplosione Nube tossica.
    TIPOLOGIE DI INDUSTRIE: Petrolchimico, farmaceutico, lavorazioni galvaniche, lavorazione esplosivi, stoccaggio materiale radioattivo ecc....
    In Italia, a seguito del disastro dell'ICMESA di Seveso, sono state fatte delle leggi per monitorare e creare delle Procedure Operative Standard (P.O.S.) in caso di disastro, sotto il nome di "Direttiva Seveso". In Italia oltre 450 industrie eseguono questa direttiva

    LA P.O.S. (PROCEDURA OPERATIVA STANDARD)
    Dato che è impossibile eliminare tutti i rischi associati con la produzione, lo stoccaggio, il trasporto e l’utilizzo delle sostanze pericolose, esisterà sempre la necessità di disporre di personale soccorritore efficiente e bene addestrato.Insieme alla raccolta dei piani di emergenza per scenari predeterminati, sarà quindi sempre necessario far ricorso a procedure operative standard di tipo generale che debbono essere implementate da Teams di Gestione dell'Emergenza particolarmente capaci, preparati e -soprattutto- mantenuti in costante allenamento. Sotto certi aspetti, la Procedura Operativa Standard è una specie di piano di emergenza; nella P.O.S. non si fa altro che ipotizzare possibili casistiche (quasi sempre mutuate dalle esperienze precedenti o dallo studio di altri piani di emergenza) per le quali si standardizza il relativo comportamento dei soccorritori durante
    l'incidente. Per il Team di Gestione dell'Emergenza spesso è già molto importante l'aver stabilito nella procedura anche solo gli aspetti generali della gestione dell'emergenza, prevedendo il giusto spazio per un adattamento delle soluzioni allo specifico scenario. Le caratteristiche della POS sono che: sono scritte, sono ufficiali, sono obbligatorie e vengono applicate a tutte le situazioni

    SVILUPPO DEL SISTEMA DI UN INCIDENTE INDUSTRIALE
    Ogni azienda ha la "griglia di sontonia operativa", ovvero una tabella dove sono presenti tutti i tipi di scenari che potrebbero verificarsi, i gruppi che potrebbero essere coinvolti nell'incidente, la sequenza temporale delle azioni da intraprendere e i compiti dei vari dipendenti.
    Esistono due tipi di emergenze industriali, l'emergenza interna limitata all'interno dell'azienda, e qella esterna, che oltre al perimetro industriale, comprende (di solito per fuoriuscita di nubi tossiche) il territorio circostante all'azienda. Per il superamento dell'emergenza industriale esistono cinque fasi che coinvolgono categorie precise di addetti ai lavori:
    FASI GESTIONE SUPERAMENTO DELL'EMERGENZA:
    1- Sviluppo incidente - Protagonisti: le persone direttamente coinvolte nell'incidente(operai, conduttori dell'impianto, autotrasportatori)
    2- Stabilizzazione - Protagonisti:le persone, non direttamente coinvolte, che vengono man mano a conoscenza dell'incidente (altri operai, impiegati, altri utenti della strada, passanti)
    3- Conclusione - le squadre di primo soccorso (VVF, 118, FFOO, PC)
    4 - Ripristino servizi essenziali/ bonifica - il personale specialista (squadre speciali dei vigili del fuoco, tecnici aziendali provenienti da altri stabilimenti, ASL, società per la bonifica, genio Militare/civile)
    5 - Le autorità - sindaco, prefettura, responsabiil aziendali ecc....
    SISTEMA A OTTO PASSI
    1 - Controllo e gestione del sito
    2 - Identificazione del materiale coinvolto
    3 - Analisi dei pericoli e del rischio
    4 - Valutazione degli indumenti protettivi e delle
    attrezzature
    5 - Coordinamento delle informazioni e delle risorse
    6 - Controllo, confinamento e contenimento del
    prodotto
    7 - Decontaminazione
    8 - Chiusura dell'intervento

    RISCHIO DERIVATO DA TRASPORTO DI SOSTANZE
    E’ rappresentato dal trasporto su gomma, treni, aerei, navi, ferrovie, di merci pericolose che viaggiano e sostano anche in centri abitati, con un potenziale pericolo di incidente rilevante non sempre identificabile in assenza di visibili accorgimenti segnaletici, raffigurati dal codice kemler.
    CODICE KEMLER
    Rappresenta un metodo codificato di identificazione delle sostanze pericolose viaggianti su strada o ferrovia. Le indicazioni fornite riguardano:
    • dannosità alla salute del soccorritore
    • equipaggiamento minimo consigliato
    per la protezione dei soccorritori;
    • precauzioni da prendere in attesa dei
    Vigili del Fuoco.
    (Accordo Europeo relativo al Trasporto Internazionaledi merci pericolose su strada, Ginevra, 30/09/1957)
    In Italia, ai sensi dei DD.MM 25/2/86 e 21/3/86 la codifica delle materie pericolose èriportata su un pannello arancione (30 X 40 cm) apposto su cisterne e contenitori trasportati su strada. Su tali mezzi vengono collocati due tipi di cartelli segnaletici ovvero un pannello rettangolare di colore arancione con codici di pericolo, e dei segnali romboidali con immagini raffigurate per stabilire il tipo di intervento da effetturare
    PANNELLO CODICI DI PERICOLO
    E’ di colore arancio ed ha forma rettangolare. Il codice di pericolo è riportato nella parte superiore ed è formato da due o tre cifre: La prima cifra indica il pericolo principale, la seconda e terza cifra indica il pericolo accessorio. Il codice della materia (numero O.N.U.) è' riportato nella parte inferiore ed è formato da quattro cifre
    SIGNIFICATO DEI CODICI DI PERICOLO PRINCIPALE:
    -2 Gas
    -3 Liquido infiammabile
    -4 Solido infiammabile
    -5 Comburente
    -6 Tossico
    -7 Radioattivo
    -8 Corrosivo
    -9 Pericolo di reazione violenta spontanea
    SIGNIFICATO DEI CODICI DI PERICOLO ACCESSORI:
    - 1 Esplosione
    - 2 Emanazione gas
    - 3 Infiammabile
    - 5 Comburente
    - 6 Tossico
    - 8 Corrosivo
    - 9 Reazione violenta (decomposizione spontanea
    NUMERO ONU CODICE MATERIA:
    • 1001 acetilene
    • 1223 kerosene
    • 1005 ammoniaca anidra
    • 1230 alcool metilico
    • 1011 butano
    • 1267 petrolio
    • 1016 ossido di carbonio
    • 1268 olio lubrificanti motori
    • 1017 cloro
    • 1001 acetilene
    • 1223 kerosene
    • 1005 ammoniaca anidra
    • 1230 alcool metilico
    • 1011 butano
    • 1267 petrolio
    • 1016 ossido di carbonio
    • 1268 olio lubrificanti motori
    • 1017 cloro
    • 1381 fosforo
    • 1027 ciclopropano
    • 1402 carburo di calcio
    • 1028 freon 12
    • 1428 sodio
    • 1038 etilene
    • 1547 anilina
    • 1040 ossido di etilene
    • 1613 acido cianidrico
    NOTE:
    • Quando il pericolo può essere sufficientemente indicato da una sola cifra, essa è seguita da uno zero.
    • Le prime due cifre uguali indicano un rafforzamento del pericolo principale.
    • La seconda e terza cifra uguali indicano un rafforzamento del pericolo accessorio.
    • La X davanti al codice di pericolo indica il divieto di utilizzare l'acqua in caso di incidente, salvo il caso di autorizzazione contraria da parte degli esperti..
    Siccome non riesco a postare le immagini, per i pannelli di pericolo, e i colori del collo delle bombole, rimando al sito del CNVVF:
    http://www.vigilfuoco.it/aspx/page.aspx?IdPage=3693
    http://www.vigilfuoco.it/aspx/page.aspx?IdPage=3453

    RISCHIO ECOLOGICO
    E’ strettamente collegato con l’attività umana, può essere determinato da varie cause, tra cui le principali sono rappresentate dall'inquinamento atmosferico, idrico e del suolo.
    Prendiamo ad esempio il comportamento da tenere in caso di allarme da rilascio di nube tossica: Mantieni la calma e non farti prendere dal panico, interrompi ogni attività, sigilla porte e finestre che danno verso l'esterno, prendi un indumento per proteggerti dal freddo, dalla pioggia e/o dal sole e porta con te uno zaino con torcia e medicinali prescritti dal medico, se ti trovi in un edificio con altre persone e devi allontanarti, incolonnati con loro per uscire, ricordati di non spingere, urlare, correre, dirigiti verso i locali più interni dell'edificio, non aprire per nessun motivo porte, finestre condotti di aerazione che danno verso l'esterno, spegni il sistema di ventilazione.
    Ultima modifica di Mande; 18-08-11 alle 14: 48

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    Lezione n. 5 - RISCHIO IDROGEOLOGICO

    Il rischio idrogeologico è tra i rischi naturali, il più ricorrente, capillarmente diffuso su tutto il territorio nazionale, ed il piùgrave poiché è in grado di svolgere un’azione devastante a largo raggio sul territorio. In Italia, negli ultimi 80 anni, ci sono state 5.400 alluvioni e 11.000 frane.30 mila miliardi di lire di danni negli ultimi 20 anni.

    RISCHIO IDROGEOLOGICO - FRANE
    Un errato e sovradimensionato uso del territorio ha trasformato il naturale processo di modellazione della superficie terrestre in una calamità naturale, innescando o accelerando processi di degrado in aree già a rischio per caratteristiche climatiche, geologiche e geomorfologiche.
    Le cause più frequenti di frane possono essere un'eccessiva occupazione del suolo per usi insediativi e attività industriali, sviluppo delle vie di comunicazione, eccessivo disboscamento, pratiche agricole non sufficientemente sperimentate.
    Esistono quattro tipi di frane:
    - Frana di crollo: Consistono nel distacco improvviso di grosse masse di roccia disposte su pareti molto ripide o scarpate; il movimento iniziale ha come componente principale la caduta verticale verso il basso, finché il materiale non raggiunge il versante ed avere dopo l'impatto rimbalzi e/o rotolamenti. Il crollo si attua quando la resistenza al taglio del materiale lungo una superficie diventa minore del peso proprio del blocco di roccia o terreno identificato da tale superficie. Questi tipi di frane sono caratterizzati da un'estrema rapidità. Il deposito conseguente alla frana è un accumulo al piede del pendio di materiale di diversa dimensione e in funzione delle caratteristiche fisiche del versante si può verificare anche che blocchi di maggiori dimensioni si trovino a notevole distanza dal luogo del distacco. Causa predisponente è l'esistenza di sistemi di fratturazione o scistosità. Cause innescanti sono gli scuotimenti tellurici (terremoti), il "crioclastismo" (ghiaccio nelle fessure), la pioggia, lo sviluppo vegetale di apparati radicolari, lo scalzamento del piede del versante ad opera dell'uomo o naturale (erosione).
    - Frana di scivolamento:queste frane si realizzano in terreni dal particolare assetto geologico in cui materiali caratterizzati da un comportamento rigido sono sovrapposti a materiali dal comportamento plastico. L'espansione laterale è generata dal flusso del materiale plastico sottostante che provoca la progressiva fratturazione del materiale rigido sovrastante.
    -Colamento: si definiscono colamenti quelle frane in cui la deformazione del materiale è continua lungo tutta la massa in movimento. Nel caso di colamenti in rocce non si può avere una visione immediata della superficie di frana, e oltretutto questi movimenti sono generalmente molto lenti e caratterizzati da processi di creep (deformazione di un materiale sottoposto a sforzo costante. Tale fenomeno è presente nei materiali viscoelastici (tra cui l'acciaio, il calcestruzzo e le materie plastiche).
    Il fenomeno contrario, cioè la diminuzione nel tempo delle tensioni inizialmente create, a deformazione costante, è detto rilassamento degli sforzi.). I colamenti in terreni sciolti o detriti (earth flows) sono generalmente molto più facili da vedere in quanto la massa franata assume un aspetto molto simile a quello di un fluido ad alta viscosità. Queste frane si hanno in presenza di saturazione e successiva fluidificazione di masse siltoso-argillose in terreni di alterazione ad opera dell'acqua, la massa fangosa può anche coinvolgere nel suo movimento blocchi rocciosi di altra natura. Frane simili alle colate sono le frane per colata fangosa, frequenti nei periodi di pioggie intense e forti attività meteoritiche record, è un tipo di frana molto liquida, ed ha origine all’interno del manto di copertura piroclastica o comunque detritica giacente su substrato roccioso. In genere la frana inizia con un piccolo smottamento più a monte in corrispondenza di punti deboli (balze rocciose, strade, etc) che impatta sul versante di terreni saturi d’acqua che si mobilizzano e "scorrono" a valle con notevole energia. In genere la zona di "colata", a valle della nicchia di distacco, si imposta sulla superficie topografica naturale preesistente che funge da "piano di flusso". Quando la frazione liquida è predominate su quella solida il pendio attraversato si conserva integro con copertura erbosa intatta. In questi casi, e stante l'esistenza di condizioni geometriche ottimali, quali una sensibile lunghezza e pendenza del versante, la lunghezza totale della frana può essere di molte unità (5 - 10)superiore alla sua larghezza. La zona di accumulo, alla base del versante, è tipicamente in forma di ventaglio.
    -Frane di sprofondamento: sono frane che, a causa della forte erosione sotterranea, e alla creazione di grotte interne, a causa della forte pressione ricevuta dal terreno, e ad un assottigliarsi dello stesso, cedono all'improvviso creando voragini nel terreno (es: Camion della spazzatura di Napoli caduto in una voragine simile), talvolta enormi creando buchi di decine di metro di diametro e centinaia di profondità, come avvenuto recentemente a Guatemala City.
    Esistono diversi metodi per monitorare il movimento di una frana, i più usati sono:
    - Fessurimetro: applicare nelle pareti di case costruite su versanti franosi a cavallo di una crepa evidente un'asta di metallo estendibile, in modo da poter misurare lo spostamento della crepa.
    - Estensimetro tridimensionale: si tratta di bloccare l'estensimetro (asta di metallo allungabile) tra un creopaccio e l'altro e misurarne la distanza percorsa dal versante franoso.
    -Misuratore di convergenza: Prendere due punti di riferimento tra un versante e l'altro, e misurare la distanza tra i due.
    - Pluviometro: Misurare la quantità di piogge, per poter calcolare le probabilità di un'accellerazione del versante franoso verso valle (usato soprattutto per le frane a colata e colata liquida).
    -Strumenti GPS: Misurare lo spostamento di un versante franoso con strumentazioni GPS, è un metodo molto preciso e maggiormente utilizzato a causa della precisione dei dati forniti e in tempo reale.
    -Estensimetro a filo:Si tratta di conficcare due pali nel terreno, con attaccato un filo "molle", e in base all'esensione del filo, calcolare la distanza percorsa da una frana.
    In caso di frana, se ci si trova al chiuso mantenere e contribuire a far mantenere la CALMA, non precipitarsi fuori, ma rimanere dove si è, ripararsi sotto un tavolo, l'architrave della porta o i muri portanti, allontanarsi da porte, finestre e armadi che cadendo possono ferire, dopo la frana abbandonare l'edificio senza usare l'ascensore.
    Se si è per strada segnalare l'evento in modo visibile utilizzando il triangolo e altri strumenti di viabilità ausiliaria, ricorda di indossare SEMPRE abbigliamento AV, avvisa immediatamente le autorità competenti (FFOO, VVF, CFS, PC), o raggiungi il centro abitato più vicino.

    RISCHIO IDROGEOLOGICO - RISCHIO DERIVATO DA CORSI D'ACQUA
    PIENE
    Anche le esondazioni possono imputarsi alla continua trasformazione del territorio che sottopone le difese idrauliche (argini,
    briglie, chiaviche, scolmatori etc..) a sollecitazioni diverse da quelle di progetto con conseguente accelerato decadimento della loro funzionalità.
    Le maggiori cause di piene possono essere l'ampliarsi delle superfici impermeabilizzate, eleminazione delle reti minori di scolo, eccessivo disboscamento e pratiche agricole non sufficientemente sperimentate.
    I fenomeni che si verificano lungo i corsi d'acqua sono:
    - Piene: Periodi in cui la portata d'acqua è superiore alla media senza che il fiume esondi
    -Erosione: Processo causato dalla corrente di un fiume, che se non monitorato senza interventi di prevenzione, può portare ad un'indebolimento dell'argine con relativo crollo in caso di piena forte (rotte).
    -Trasporto detritico: Trasporto di materiali varui che causano deposizioni sul letto del fiume, rallentandolo in caso di piena e aumentare il rischio di esondazione.
    [B-]Esondazione:[/B] fuoriuscita del fiume dal proprio letto.
    - Alluvione: Esondazione su larga scala
    Per evitare ciò devono essere effettuati interventi di prevenzione lungo i corsi d'acqua:
    Contenimento delle piene: evitare piene controllando il regime del fiume attraverso dighe e chiuse.
    -Trattenuta del trasporto solido: Trattenere il materiale trasoprtato dalla corrente con le creazione di briglie che contengono tutto il materiale trasportato (e svuotate costantemente) creando un corso d'acqua a sbalzi.
    - Raggiungimenti di un equilibrio fra i processi erosivi e quelli deposizionali lungo un profilo di compensazione

    ALLUVIONI
    In caso di alluvioni se l'edificio è su più piani e ti trovi al piano terra o al seminterrato mantieni e contribuisci a mantenere la CALMA, interrompi immediatamente ogni attività, prendi immediatamente un indumento per proteggerti dal freddo o pioggia. Prendi uno zaino con torcia e medicinali prescritti dal medico, in tutta TRANQUILILTA' dirigiti ai piani superiori dell'edificio, incolonnati con le altre persone e ricordati dinon SPINGERE, CORRERE, URLARE.
    Se ti trovi al primo piano o superiore di un edificio interrompi immediatamente ogni attività, disponi eventuali effetti personali in modo che NON creino ingombro alle persone che aiuterai dando loro ospitalità, preparati ad accogliere le persone che giungeranno dai piani inferiori, mantieni e contribuisci a far mantenere la calma.
    Se l'edificio è composto solo dal piano terra mantieni la calma, interrompi ogni attività, prendi immediatamente un indumento per proteggerti dal freddo o pioggia. Prendi uno zaino con torcia e medicinali prescritti dal medico,incolonnati con le altre persone, ricordati di non SPINGERE, URLARE, CORRERE, dirigiti verso il luogo di raccolta previsto dal Sindaco nel Piano di Evaquazione per Alluvione.

    FASI DELL'EMERGENZA
    Normalità: In questa fase il fiume risiede nel suo letto. Durante questa fase non bisogna effettuare particolari controlli su di esso, al massimo controllare i punti in cui avviene una maggiore erosione.
    Allerta:Il livello del fiume inizia ad aumentare come la sua portata, questo può essere dovuto a piogge, o discioglimento dei ghiacci in primavera. Durante questa fase bisogna controllare il livello del fiume possibilmente ogni 4 ore e iniziare a compilare un grafico e avvertire la popolazione golenale della possibilità di evaquazione.
    1° fase di piena: In questa fase il livello del fiume aumenta fino a toccare l'argine maestro, all'altezza della prima bancata. Durante questa fase bisogna evaquare tutta la popolazione golenale e bloccare tutte le vie d'accesso e incominciare un rilevamento più fitto, iniziando un blando controllo dell'argine Maestro.
    2° fase di piena: In questa fase il fiume può arrivare alla sommità dell'argine Maestro, comunque in media è all'altezza della seconda bancata la seconda fase. Durante questa fase bisogna evaquare tutta la popolazione della bassa campagna. Mantenere un controllo costante sul livello del fiume, sugli argini e sui punti di accesso, creando dei cancelli di blocco ai non autorizzati.

    DESCRIZIONE DEL TERRITORIO FLUVIALE
    GLOSSARIO
    Alveo: Zona dove scorre il fiume (letto)
    Argine golenale: Primo argine che si trova subito dopo il letto del fiume
    Scarpa interna: Lato fiume dell'argine
    Cresta: sommità dell'argine
    Scarpa esterna:lato campagna dell'argine
    Golena o zona golenale: Spazio (o valle) tra l'argine golenale e l'argine maestro
    Argine maestro: argine più interno agli argini golenali, di maggiore altezza.
    Bancate: "Gradoni" costruiti sull'argine maestro (2 bancate più la cresta).

    COMPOSIZIONE DELL'ARGINE
    L'anima dell'argine è composta da argilla, il suo ruolo è quello di dare stabilità all'argine, infatti è grazie a lei che l'argine riesce a sostenere la spinta dell'acqua in caso di piena.Lla restante parte è composta da sabbia (30-40%), limo (15%) e in prevalenza terra, il rivestimento dell'argine è caratterizzato da un fitto strato d'erba.
    Il mix di sabbia, limo e terra è quello di rendere l'argine simile ad una spugna per permettere all'acqua di traspirare, diminuenedone la spinta relativa e quindi renderlo più stabile. Questo mix non deve essere troppo compatto, altrimenti si potrebbero formare cuniclo sotterranei che, come vederemo in seguito, portano alla formazione di fontanazzi. In questo mix non ci deve essere troppa sabbia, per permettere all'erba di attecchire meglio.
    Il manto erboso deve essere il più rigoglioso possibile perchè deve evitare due possibili cause di cedimento dell'argine, l'erosione da parte dell'acqua (lato golena) e lo sfaldamento del terreno che in caso di infiltrazioni provocherebbe micro frane (lato campagna).

    INFILTRAZIONI E FONTANAZZI
    Durante le fasi di piena si possono verificare infiltrazioni nell'argine, causate adlle tane degli animali che popolano le zone rivierasche come topi, volpi, tassi, talpe, nutrie. Quando le tane sono inondate l'acqua fuoriesce dal lato campagna, soprattutto sulle bancate. Le infiltrazioni si riconoscono soprattutto per la pulizia dell'acqua, e vanno controllate periodicamente per valutare il loro stato di limpidezza. Se la portata d'acqua è elevata, bisogna arginare la falla con dei sacchetti.
    Più pericolosi e preoccupanti sono i fontanazzi. L'innalzamento del fiume crea una pressione contraria al flusso della falda acquifera formando delle sorgine di acqua sorgiva, oppure infiltrarsi nelle tane di animali, oppure trovare una zona di terreno meno impermeabile e formare i fontanazzi. I fontanazzi di formano sia a ridosso dell'argine, che in campi aperti (anche a pochi km di distanza). Per verificare la pericolosità di un fontanazzo bisogna controllare l'acqua che sgorga da quest'ultimo. La cosa che preoccupa di più non è la portata del fontanazzo, ma il colore dell'acqua che ne fuoriesce; se l'acqua è limpida significa che non sta trasportando con se terra, non sta aumentando il diametro del passaggio, e quindi no sta intaccando la stabilità dell'argine. Se l'acqua è sporca significa che sta portando con se terreno che ha eroso durante il suo passaggio nel tunnel sotterraneo. la continua erosione di materiale potrebbe portare al cedimento strtturale dell'argine per corrosione.
    CHIUSURA DEI FONTANAZZI
    Servendosi del teorema dei vasi comunicanti è possibile bloccare un fontanazzo. Si utilizzano sacchi di iuta riempiti di sabbia per i 3/4, i sacchetti NON vanno gettati sulla buca creata dal fontanazzo, ma messi in cerchio intorno alla bocca del fontanazzo creando un pozzo alto tre o quattro file di sacchetti, l'acqua inizierà ad aumentare di livello, all'interno del pozzo, ad impregnare i sacchetti che lo formano, e ad uscire da loro, ma tutto ciò non dovrà preoccuparci. Il pozzo dovrà aumentare d'altezza se l'acqua aumenterà il suo livello all'interno, questo per bloccare la sua spinta. L'acqua, portando con se sabbia e terra, con la pressione dell'acqua all'interno del pozzo, ricadrà nel foro d'uscita e questo fenomeno potrà aiutare il blocco del fontanazzo. Non s'esclude però che il blocco del fontanazzo, trovato il foro bloccato, continui a scavare e si riformi spostandosi di alcuni metri , costringendoci a ripartire con la chiusura. I fontanazzi vanno controllati periodicamente, durante il controllo, bisogna rilevare il livello dell'acqua, la sua limpidezza, controllare le zone limitrofe per evitare che ci sfugga la formazione di nuovi pericoli. I fontanazzi vanno controllati da operatori esperti, possibilmente con brevetto di operatore idrogeologico, per non creare inutili dispendi d'energia ai volontari nella chiusa dei fontanazzi. Se esce solo acqua il fontanazzo va solo controllato. il dispendio di energie per bloccare un fontanazzo è il rischio più elevato che possa succedere in emergenza. non bisogna formare coronelle grosse come piscine, ma focalizzare il punto di intervento e agire nel modo migliroe
    Altro metodo di chiusura dei fontanazzi è la sistemazione di un telo impermeabile sull'argine golenale in modo da tappare tutti i buchi presenti. La superficie non dovrà presentare arbusti di grossa identità, altrimenti il telone non aderirà perfettamente.
    NOTE SULLA SICUREZZA NELLE OPERAZIONI DI CHIUSURA
    - Per la preparazione dei sacchetti di sabbia, possibilmente munirsi di un caricasacchetti a imbuto (o motorizzato), il suo utilizzo impedisce gli eventuali infortuni nel preparare i sacchetti e velocizza tutte le operazioni.
    -Prendere il sacchetto per l'imboccatura legata, piegare le gambe e sollevare il sacco mentre si ritorna in posizione eretta utilizzando la spinta delle gambe, e non della schiena.
    - Il passaggio dei sacchetti, durante il posizionamento delle coronelle va eseguito mettendo due file parallelamente sfalsate (^^^^) di volontari. Il sacco va passato da una fila all'altra in diagonale.

    CONTROLLO DELL'ARGINE
    Il controllo dell'argine va eseguito sia in tempo di prevenzione che d'intervento.
    In tempo di pace (quindi non d'emergenza), i controlli vanno eseguiti sia sul lato golena che sul lato fiume, che su lato campagna.
    Sui lati golena-campagna bisogna controllare:
    -Il rispetto dei 4 metri per le colture a ridosso dell'argine.
    -La presenza si tane d'animali di grossa taglia.
    -La presenza di vegetazione rigogliosa
    Per il controllo dell'argine sul lato campagna si dispone la squadra nel seguente modo:
    - 2 volontari sulla cresta.
    - 1 " sulla prima bancata
    -1 " sulla seconda "
    - 1 " sul campo.
    Si procede tutti insieme e si sipeziona tutto l'argine, chi è alla sommità si controllerà il lato fiume, gli altri sulle bancate controlleranno le tane ecc...
    Durante il controllo in emergenzxa, i due volontari alla sommità dell'argine non servono, ne basta uno che controlli il livello idrometrico e la percorribilità dell'argine. Chi è alle bancate dovrà cercare e individuare eventuali infiltrazioni e fontanazzi.
    Ultima modifica di Mande; 19-08-11 alle 22: 26

  9. #9
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    Lezione 6 - ASPETTI DI SOCIOLOGIA E PSICOLOGIA DELLA CATASTROFE
    (è una lezione un po' lunga, ma a mio parere una delle più utili di tutto il corso, perchè spiega meglio i comportamento da tenere verso la popolazione utili ad arginare crisi di panico collettive)
    Il nostro Paese, spesso colpito da Emergenze più o meno gravi e vaste, in grado di “scuotere” l’opinione pubblica in generale e il singolo individuo in particolare, sembra trasformarsi -al ripetersi di ogni evento- in un grottesco palcoscenico ove si recita sempre la stessa commedia. Le domande sul perché dell’evento, le critiche alle modalità di intervento dei soccorsi, la ricerca affannosa delle responsabilità per “chiamarsi fuori”… Ognuno pronto a dare una propria versione dei fatti e … se ci fosse stato lui a dirigere i soccorsi!!! … le cose sarebbero andate diversamente! Ovvero, ogni singolo uomo “impatta” con l’Emergenza in modo personale ed è costretto a mettere in campo le “sue” capacità fisiche, cognitive, psichiche ed emotive per fronteggiarla. Ciascun “signor Rossi”, abituato al ‘tranquillo e conosciuto’ del proprio quotidiano e alla propria consueta “normalità” (routine), trovandosi improvvisamente di fronte ad una situazione di emergenza (vale a dire: di fronte allo “sconosciuto”) RE-AGISCE (cioè mette in atto una azione di risposta), per affrontarla, allo scopo di tornare quanto prima alla sua rassicurante quotidianità. Le sue azioni di risposta saranno però diverse a seconda della personalità, del vissuto, delle esperienze pregresse, delle conoscenze acquisite e del sistema sociale di cui fa parte, pur se riconducibili ad alcuni tratti di risposta comuni, conosciuti e riscontrabili in ciascuno, perché tipici della specie. A ciò va aggiunto che l’emergenza trasforma, “qui e ora”, i normali individui in attori diversi sullo scenario dell’evento: vittime, soccorritori e … spettatori. Le loro diverse risposte emotive e cognitive potranno favorire o rendere ancor più difficoltosa l’opera di soccorso, il superamento della fase di emergenza e il ritorno alla normalità, così bruscamente interrotta dallo scatenarsi dell’evento.

    EMERGENZA
    La conoscenza dei possibili rischi e delle modalità con cui affrontarli divengono, in emergenza, elementi di estrema importanza per il singolo individuo e per la comunità di cui fa parte, sia esso vittima o soccorritore. Predisporre e tracciare delle semplici e applicabili “linee guida” -previste nei Piani di Emergenza nazionale, regionale, provinciale e comunale- dovrebbe divenire compito essenziale per ogni Amministrazione che voglia preparare in modo serio i soccorritori ed informare in modo corretto la popolazione, sì da consentire a tutti di adottare corretti comportamenti aiuto e di “autoprotezione” in caso di emergenza. Scopo prioritario è rendere ogni singolo cittadino consapevole dei rischi cui potrebbe essere soggetto il territorio in cui vive, perché possa affrontarli con più efficaci “strumenti” personali e possa assumere un ruolo attivo nel caso si verifichi uno degli eventi ipotizzati. Solo una conoscenza corretta e precisa -seppur semplice, ma alla portata di tutti- dei rischi del territorio e dei loro effetti, dei comportamenti di autoprotezione da adottare, della effettiva struttura di Protezione Civile esistente realmente operante, delle procedure e delle modalità di intervento, può fornire un bagaglio personale di “risposta” al pericolo, avvicinando nel contempo il cittadino alle Istituzioni e a tutti coloro che di Soccorso si occupano. Solo così il cittadino potrà divenire realmente consapevole che non c’è -e nessuno la possiede!- una “bacchetta magica” in grado di ripristinare in “tempo zero” la normalità così bruscamente interrotta da un evento. “La gente deve imparare a convivere con il rischio” Diceva in un’intervista al TG3 il responsabile della Protezione Civile della Regione Lombardia -il 19 ottobre del 2000- in occasione degli eventi alluvionali che interessavano in quei giorni il Piemonte e la Lombardia. Giorni in cui, come accade al verificarsi di ogni qualsivoglia emergenza nell’italica penisola, montava la protesta dei cittadini per: “i soccorsi che non funzionano, o se funzionano sono arrivati in
    ritardo o sono insufficienti … le autorità che non precisano …il territorio è dissestato … nessuno fa prevenzione … si poteva prevedere … e adesso chi paga …” Tali spicciole quanto inutili proteste non servono a nulla! ma la maggior parte dei cittadini non ha forse, gli adeguati e necessari strumenti per “re-agire” diversamente ad un evento! Ciò è possibile senza una conoscenza reale dei problemi? Credo di no! E ancor più credo che tale conoscenza non si possa costruire al verificarsi di un evento!
    Allora, in quel momento, l’individuo “sperimenta direttamente” e “vive” come può l’evento stesso, con le conseguenze che siamo ormai abituati a vedere! La conoscenza e la preparazione , si pongono quindi in un tempo che necessariamente precede
    l’emergenza. Si pongono nel momento della prevenzione. Un tempo in cui -purtroppo- in Italia sembra ancora difficile parlare di emergenza e di rischio, nonostante tutti sostengano che si deve fare prevenzione! perché la gente preferisce “quasi
    scaramanticamente” non volerne parlare e, chi è preposto a realizzarla, predispone solo di tanto in tanto “campagne di prevenzione” (magari altisonanti e di grande visibilità) che poca traccia, però, lasciano. E’ altresì giusto ricordare che a partire dalla metà degli anni ’80 qualcosa di pregevole e significativo è stato fatto, ma ancora troppo poco e soprattutto “troppo poco incisivo e coinvolgente” per la stragrande maggioranza dei cittadini.

    PREVENZIONE
    La prevenzione è un’attività silenziosa. Se nessuno si accorge che manca significa che sta funzionando. Per attivare una cultura di prevenzione bisogna saper leggere e saper far crescere agli altri nuovi metodi di lettura di se stessi e del mondo ... Gridare, parlare, mostrare e contare non sono prevenzione, ma rituali magici tramite i quali una cultura fortifica la propria indifferenza verso i deboli, seppellendoli sotto il monumento della celebrazione... E’ difficile che una cultura amante del chiasso e dei grandi titoli possa desiderare un’effettiva attività di prevenzione ...

    NORMALITA' - EMERGENZA
    “Quando il tuo dolore non ha ancora preso corpo, perché non ne ha avuto il tempo
    Quando si diventa “improvvisamente” vittima di un evento o si interviene in qualità di soccorritore o vi si assiste in qualità di “spettatore”, si è talvolta o spesso portati ad immaginare il danno maggiore di quello reale e si è portati ad ingigantire quanto accaduto, sotto la spinta delle emozioni che coinvolgono e/o travolgono ogni individuO.
    o spazio intorno a noi diventa improvvisamente sconosciuto, il tempo diventa un immobile orologio dal quale
    sembra essere svanito il futuro e l'individuo si sente come sospeso in un incubo dal quale sembra impossibile
    uscire. L’emergenza, definita come “evento determinato da un agente fisico, che produce un impatto distruttivo sul territorio in cui si manifesta, la cui entità dipende sia dalle caratteristiche fisiche e fenomenologiche dell’evento stesso, sia dalla struttura socio-politica preesistente nel territorio di riferimento” o definita come “l’insorgere di un evento critico che interrompe la normalità e il ciclo del vissuto emozionale ed esistenziale dell’individuo”, induce a pensare che non sia solo l’agente fisico in sé, ma anche la capacità di reazione del sistema -del singolo individuo e del gruppo sociale- a determinarla. Ovvero, la memoria del vissuto e la sub-cultura del disastro -insieme a ciò che ognuno di noi è- consentono di vivere l’emergenza e farvi fronte con modalità diverse. L’informazione, la formazione, l’addestramento, l’educazione e il sistema culturale di riferimento cui fin dall’infanzia un individuo è stato esposto, definiscono la maggiore o minore intensità di impatto con l’emergenza e le capacità di ciascuno e del gruppo di affrontarla, contribuendo a diminuire la “vulnerabilità” del sistema colpito. Diventa, allora, estremamente importante considerare due elementi fondamentali: lo spazio e il tempo, con ovvii aspetti diversi, a seconda si tratti di vittime o di soccorritori.
    IL COMPORTAMENTO
    Il comportamento, individuale o collettivo, istintivo o appreso che sia, è in ogni caso motivato dalla ricerca di salvaguardia o gratificazione. E’ la risposta che sempre l’uomo attiva di fronte ad uno stimolo. L’individuo può però modificare le sue risposte, con il tempo l’apprendimento e l’esperienza e/o può “costruirle” per “indurre” o “provocare” -nel ricevente- risposte diverse quali: l’adattamento, l’opposizione e l’imitazione. E, nella risposta al pericolo, il livello emotivo gioca un ruolo tanto più elevato quanto più sono confusi o carenti il livello cognitivo e la preparazione pratica. Al verificarsi di una situazione di emergenza -quando il livello emotivo aumenta- riaffiorano spesso prepotenti i nostri bisogni primari e -contemporaneamente- la necessità di “sapere”.
    E, nel vuoto di informazione dei primi momenti, “sapere” diventa primario e fondamentale. Sapere che cosa è accaduto. Sapere che cosa devi fare. Sapere a chi devi rivolgerti. La conoscenza dello spazio e del tempo presenti -che l’emergenza delimitano e connotano- e la conoscenza dello spazio e del tempo dell’immediato futuro -che il ritorno alla rassicurante quotidianità rappresentano- diventa necessità di sopravvivenza per le vittime e desiderio di superamento del difficile momento, sia per chi lo gestisce sia per chi lo vive “da lontano” attraverso i ‘media’, come spettatore. Per fronteggiare un’emergenza, allora, servono Conoscenze e … un Piano! Ma… il Piano serve solo se è conosciuto da tutti e tutte le diverse componenti sono in grado di assolvere i compiti assegnati. Tutti coloro che vivono in quel preciso territorio e in quel territorio devono imparare a “convivere” con i rischi potenzialmente presenti ed ad affrontarli al loro verificarsi.Il Piano di Emergenza: tratteggia lo scenario -scientificamente corretto- del possibile rischio anche sulla scorta delle precedenti esperienze; definisce gli obiettivi; predispone i sistemi di sorveglianza, monitoraggio e rilevamento dei dati per consentire l’allertamento, ove e per quanto possibile; definisce quali Enti, Istituzioni e altre Organizzazioni debbano intervenire a seconda dell’evento ipotizzato, in riferimento alle diverse fasi
    temporali dello stesso (previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell'emergenza); stabilisce competenze debbano possedere coloro che sono impegnati nelle diverse zone e fasi; definisce le modalità di attivazione, coordinamento e soccorso; descrive le “azioni” che i soggetti coinvolti debbono fare, stabilisce le procedure da attivare nel caso l’evento si verifichi e precisa ruoli e compiti dei diversi “attori” presenti sulla “scena”; definisce i tempi e i modi dell’informazione alla popolazione e le modalità per l’addestramento, affinché le persone coinvolte possano mettere in atto comportamenti di risposta adatti e di autoprotezione.
    Le diverse Istituzioni dello Stato ed ogni singola unità lavorativa, debbono predisporre propri piani di emergenza in relazione al rischio previsto e al contesto in cui operano. Esistono al riguardo piani comunali, provinciali, regionali, nazionali e particolari di Protezione Civile, come previsto dalla L.225/92 “Istituzione del servizio nazionale di Protezione Civile” e successivi e discendenti provvedimenti, regolamenti e circolari applicativi. La procedura è –invece- la traduzione pratica del piano: è un documento molto semplice e schematico che indica “chi fa” e “che cosa fa” il soggetto in questione; definisce il modo di operare e di comportarsi in rapporto alle circostanze. E’, in sostanza, il complesso di norme che regolano l’attività rispetto al trascorrere del tempo e al progredire dell’azione secondo i criteri dettati dalle diverse fasi in vista di determinati risultati. Informazione e coordinamento sono, in ogni caso, i due elementi essenziali perché una qualsiasi situazione di emergenza possa essere affrontata con maggiori risorse e una adeguata competenza, migliori risultati e serenità da parte di tutti; in particolare delle “vittime”, di ogni singolo individuo duramente colpito e provato nei suoi affetti. Considerando dunque il singolo e la collettività, entrambi come sottosistemi del più vasto e complesso sistema “società”, si possono evidenziare due significativi elementi: l’uno evidenzia come conoscenze, opinioni, valori di riferimento, atteggiamenti e comportamenti del singolo e della collettività siano fattori rilevanti ed importanti
    che contribuiscono a definire, connotare e condizionare una situazione di emergenza, prima ancora che essa si verifichi; l’altro, evidenzia che solo una adeguata e costante attività di prevenzione e una precisa e sicura preparazione degli operatori del soccorso possono aiutare a riconoscere e accettare le proprie e altrui emozioni e re-azioni, che l’emergenza determina.
    Nel predisporre qualsiasi attività di prevenzione e formazione, è necessario ricordare alcuni significativi ed importanti aspetti:
    - la corretta conoscenza degli elementi significativi e rilevanti della situazione del territorio in cui si vive
    e dei rischi prioritari;
    - la conoscenza, corretta e reale, dell’evento accaduto, delle strutture che sono effettivamente in grado
    di operare e delle modalità di intervento delle stesse;
    - la conoscenza del contesto della “Protezione Civile” da parte della comunità colpita;
    - la capacità di utilizzo delle strutture locali, perché spesso manca il coinvolgimento diretto di tutta la
    comunità, anche se si tratta solo di “quel po’ che ognuno” potrebbe fare;
    - la fiducia nei confronti delle Istituzioni;
    - le aspettative sempre alte e talvolta esagerate delle vittime, rispetto alle reali possibilità di operare da
    parte delle strutture preposte e soprattutto dei “volontari” (effetto alone);
    - l’elevato coinvolgimento ed investimento emotivo, al verificarsi di un evento reale o anche solo
    “annunciato”, in parte ascrivibile a scarse ed imprecise conoscenze e in parte a mancanza di esperienze
    di simulazione;
    - la difficoltà a mettere in atto comportamenti di autoprotezione e di attivare risposte adeguate alla
    situazione (viene o sovrastimata, o sottovalutata) da parte delle persone colpite;
    - una falsata percezione del rischio;
    - la difficoltà ad affrontare il problema del “rischio” in tempi di “pace” ;
    - un diffuso –oggi più che ieri- atteggiamento di individualismo, riferito al singolo e “ai gruppi”.
    Non ultimo, un “pensiero segreto” e mal celato che pochi osano apertamente dichiarare:
    “Speriamo che qui non accada”! Quella che io chiamo “Cultura della speranza”. Sono convinta, invece, del contrario: “Speranza nella cultura”! Un sistema sociale i cui membri abbiano attenzione a tali “aspetti”, è un sistema meno vulnerabile, perché ha
    iniziato a far propria una dimensione “cognitiva” dell’emergenza, la sola -forse- in grado di condurre ad una reale cultura dell’emergenza o della sicurezza capace di elevarne il livello di preparazione e migliorare le capacità di tutti per fronteggiarla.
    Con il termine comportamento si intende l’insieme delle risposte che l’organismo animale dà in conseguenza a stimolazioni esogene e/o endogene. E’ l’espressione di una vasta rete di eventi di ordine biologico e psicologico, altamente integrati a molti livelli. E’ provocato sempre da uno stimolo (imput) e può modificarsi con il tempo e l’esperienza. Il comportamento non
    va valutato in maniera astratta, ma legato ad una specifica attività dell’individuo o dei gruppi. Può considerarsi una pluralità di azioni organiche che danno la possibilità di definire il modo di esistere di un individuo o di un gruppo. Si distinguono comportamenti individuali e collettivi. Questi ultimi sono una risposta a tensioni strutturali, a tensioni istituzionali e hanno bisogno di fattori precipitanti. Quanto ai fini o ai motivi che lo scatenano, essi sono i più vari: dagli eventi bellici, alle catastrofi, alle crisi economiche, alle proteste politiche, ai conflitti razziali o etnici e perfino a situazioni di antagonismo sportivo o di quartiere o a fenomeni che hanno commosso l’opinione pubblica. In genere il comportamento collettivo ha come fondamento o motivazione la soluzione di un problema, di una difficoltà. Si possono evidenziare, in emergenza, comportamenti collettivi adatti e non adatti.
    Comportamenti collettivi adatti
    Sono quelli caratterizzati dal persistere e/o dal riorganizzarsi delle strutture di quel gruppo sociale, quali ad esempio gli uffici comunali, le scuole, gli ospedali ...
    Comportamenti collettivi inadatti
    Sono quelli caratterizzati da una risposta non logica e non razionale; producono conseguenze pericolose per la sicurezza delle vittime e degli stessi soccorritori. Le reazioni più frequenti sono quelle di “commozioneinibizione-stupore” e quella da “panico”. I comportamenti collettivi, in generale, possono essere riferiti alle zone dell’evento e alle fasi dell’evento, a seconda che si consideri l’asse dello spazio o l’asse del tempo.
    Comportamenti in riferimento alle zone :
    * zona d’impatto (i superstiti sono pochi e hanno comportamenti cosiddetti di “commozione-inibizione- stupore)
    * zona di distruzione (le persone colpite possono manifestare comportamenti inadatti quali indecisione, azioni inutili e non coordinate, fuga centrifuga, panico)
    * zona marginale (le persone in questa zona possono avere comportamenti di inquietudine, incertezza, angoscia; questa è una zona di importanza fondamentale nella quale l’elevato numero di persone, aventi scopi diversi, potrebbe dare origine al
    panico)
    * zona esterna(possono esservi comportamenti che aumentano il disordine, causati dalla gente che cerca di andare verso il centro; necessità di misure d’ordine chiare e precise)
    Comportamenti in riferimento alle fasi :
    * fase di preallarme (serve a valutare il grado di preparazione della gente in vista di un evento calamitoso)
    * fase di allarme (caratterizzata da uno stato di angoscia utile, che può degenerare in agitazione -fino al panico- se la fase
    precedente non è stata affrontata in modo efficace)
    * fase di shock (provoca uno stress più o meno intenso che può provocare disorientamento spazio-temporale)
    * fase di reazione (deriva dalla precedente e provoca perdita delle capacità individuali di decisione razionale e spesso ricerca di
    protezione o di un modello esterno).
    MA... se le persone sono preparate, possono mettere in atto comportamenti di salvaguardia, solidarietà e partecipazione ai soccorsi.
    * fase di risoluzione (caratterizzata dal ritorno alla coscienza)
    * fase post-catastrofe (in questa fase possono esservi comportamenti collettivi di violenza e vandalismo ; ricerca di un “capro espiatorio”; comportamenti di dolore collettivo e/o “sindrome del sopravvissuto”)

    LA PERCEZIONE DEL RISCHIO
    Le capacità costruttive e distruttive dell’ homo sapiens sviluppatesi in modo così vertiginoso, in stridente contrasto con la lentezza dei processi di elaborazione e manifestazione delle facoltà emotive alle quali oggi come ieri è affidata la condotta delle nostre azioni, sono spesso la causa primaria dei pericoli che ci minacciano. Sorge allora spontanea una domanda: “L’autodistruzione cui l’uomo sembra stia andando incontro è solo la fatale conseguenza di una irriducibile aggressività trasmessa geneticamente, o non è piuttosto anche la conseguenza di fattori culturali che hanno un ruolo importante nel plasmare la condotta del singolo individuo e dei gruppi”? Entrambi. E, oltre a ciò, vi sono la crescita evolutiva e le modificazioni dei sistemi cerebrali preposti alle facoltà cognitive ed emotive. I figli dell’uomo differiscono da quelli degli altri mammiferi nella lentezza del loro sviluppo somatico e intellettuale, che li rende dipendenti dai genitori per il lungo periodo che va dalla nascita alla pubertà.
    Ma questa lunga dipendenza dagli adulti -dovuta alla lentezza della maturazione delle facoltà cerebrali che favorisce lo sviluppo di quello stupendo e complesso congegno che è il cervello- lascia un marchio indelebile sulle strutture nervose che presiedono al comportamento dell’individuo. Il periodo dell’imprinting, che nell’uomo si protrae fino alla pubertà, e i sistemi etico-sociali ai quali è stato esposto nell’età giovanile, determineranno le sue condotte da adulto. Condotte che in emergenza -si tratti di vittime, di soccorritori o delle autorità che debbono gestirle- diventano estremamente rilevanti e significative. Ma, gran parte degli adulti ancor oggi -nonostante le numerose e spesso catastrofiche emergenze di cui sono stati vittime o spettatori- sembrano poco disponibili ad apprendere conoscenze norme comportamenti e, soprattutto, a modificare atteggiamenti ed opinioni personali, sì da poter affrontare con maggior consapevolezza e serenità e quindi con un impatto emotivo meno traumatico disastri, eventi catastrofici o altre particolari emergenze. Forse perché, come dice George Michael decano degli analisti di affidabilità dei sistemi di sicurezza: ......Cancelli, guardie, sensori, piani di emergenza ... hanno, certo, una loro efficacia immediata ma, a lungo termine, peggiorano la situazione, seminando l’illusione di una sicurezza che, a sua volta, spinge a inoltrarsi verso situazioni sempre più pericolose... Di certo non possiamo eliminare il rischio, e la sopravvivenza delle società umane è una continua sfida alla natura; tuttavia dobbiamo evitare di spingerci oltre un certo limite. Anzi, dovremmo cominciare ad avere più rispetto per le leggi della natura; convivere con esse e non avere l’illusione di dominarle. Invece tutto sembra marciare verso sistemi sempre più pretenziosi, sempre più complessi; e in ogni momento è in agguato l’evento raro, l’errore, il caso......
    Ho dedicato la vita a dimostrare che un disastro è molto più probabile di quello che la gente pensa. ( F. Santoianni)
    O forse perché l’uomo tecnologico, al di là di questo suo delirio di onnipotenza, ha disimparato almeno in parte a vivere e ad accettare le sue emozioni e frustrazioni. O forse, molto più semplicemente, perché poco è stato fin ora insegnato e spiegato in modo serio corretto e metodico, cercando di far cogliere alla gente per quanto possibile, sia l’aspetto emotivo sia l’aspetto cognitivo! Ritengo che un misero trafiletto tecnico in un angolo di pagina di un giornale dove campeggiano e travolgono titoli e immagini ridondanti di forte e pregnante emotività o l’intervento di pochi minuti dell’esperto in una delle tante trasmissioni che a caldo mandano in diretta l’evento, non siano certo sufficienti a “fare corretta informazione”. Né come è necessario, né come la normativa indica, né come anche solo il buon senso e l’esperienza suggerirebbero! Gli abitanti del comune di Caponago -che hanno partecipato al Progetto realizzato dalla Provincia di Milano in
    collaborazione con l’Università Cattolica: “Informare è Prevenire”- ben rappresentano, pur nella diversità delle risposte e degli atteggiamenti, la situazione sopra descritta. Si può però fare una grossolana distinzione fra l’ atteggiamento degli adulti in generale e l’atteggiamento dei bambini e dei ragazzi. I bambini e i ragazzi lo considerano uno dei tanti argomenti di cui parlare e discutere, anzi sono interessati e fanno mille argute domande; raccontano le loro esperienze, parlano volentieri senza allarmismi e si lamentano che a casa non lo si affronta o -se lo si fa- è quasi sempre per accusare qualcuno (in genere le Istituzioni). Gli anziani, ascoltano in genere con serenità e senza allarmismi le indicazioni in riferimento a: che cosa fare in caso di coinvolgimento; a chi è preferibile rivolgersi e prestare ascolto; di chi non fidarsi. Gradiscono incontrare gli esperti e i volontari. perché molto interessati a conoscere il “da farsi” di fronte soprattutto ai pericoli in casa e ai relativi incidenti domestici, mostrando di preferire il contatto diretto perché più rassicurante e comprensibile rispetto alle indicazioni di qualsiasi opuscolo. Gli adulti, evidenziano atteggiamenti diversi, ma in generale “glissano” il problema con la scusa che hanno “cose più importanti di cui occuparsi” e non vedono questi rischi così minacciosi o ritengono scarse le probabilità che un grave evento si verifichi o, al contrario, immaginano spaventose catastrofi annunciate di cui sono uniche responsabili le autorità; I genitori degli alunni delle scuole in genere appaiono poco interessati, nonostante le attività che a scuola
    coinvolgono i loro figli; confusi forse dall’apparente aspetto di un altro impegno scolastico mostrato dagli inviti a partecipare ad alcuni incontri/attività; il gestore del teatro (nel caso specifico di Caponago), molto preoccupato di allarmare inutilmente la gente che per ciò -a suo dire- non sarebbe andata più a teatro!!! è apparso forse l’adulto più preoccupato (“perché parlare di una cosa che nessuno ha in mente, perché risvegliare strane idee”); le “altre” Associazioni di volontariato, interessate e consapevoli della necessità di tale intervento perché
    consapevoli più degli altri cittadini, ma forse un po’ “invidiose” dei volontari di PC, avrebbero gradito avere un ruolo di maggiore importanza, dimenticando in parte l’obiettivo del progetto; i dirigenti delle Associazioni Sportive, consapevoli di quanto potrebbe accadere, disponibili all’ascolto in generale e forse più interessati ad alcuni incontri tematici e specifici come il primo soccorso, ma molto aperti a proseguire il lavoro avviato negli anni a seguire; i dipendenti comunali -tranne poche consapevoli unità- sembrano domandarsi come mai il “comune” perda tempo
    per tale attività. La ritengono forse legata al sindaco, all’assessore, o a qualche forma di propaganda e quindi … lavoro in più che … a poco serve;
    tutti gli insegnanti della scuola materna ed un numero ristretto delle scuole elementari e medie consapevoli e molto interessati, pochi quelli realmente disponibili a collaborare in modo costruttivo con i loro colleghi impegnati a coordinare il lavoro dentro la scuola e, gli altri, fanno un favore al dirigente perché -secondo loro- è tempo quasi sprecato; il parroco molto realista ed equilibrato, mostra di conoscere a fondo i suoi parrocchiani ed è stato per tutto il progetto una voce autorevole che ha spinto la gente a collaborare; i Volontari del gruppo comunale di Protezione Civile, consapevoli non solo dei rischi potenziali ma anche delle opinioni e delle “re-azioni” della gente in caso di emergenza! e, forse per questo , i più seriamente preoccupati. In ogni caso la maggior parte dei cittadini ha apertamente fatto capire come nel momento dell’emergenza,
    ritiene che le figure del “soccorritore” e di tutti coloro che intervengono per superare il momento di crisi e ripristinare la “normalità”, siano comunque un indispensabile e necessario riferimento senza il quale la vittima si sente “abbandonata e perduta”. In particolare, un pensiero comune a molti sembra essere quello che vede il soccorritore come il “salvatore”, come colui che “non ha paura” perché conosce ciò che lo aspetta e perciò può aiutare ogni singola persona colpita, ad uscire dalla situazione critica. E’ allora fondamentale poter attivare anche un’azione di “contenimento della paura” nei confronti della vittima, perché non sarebbe corretto negare tale emozione, e cercare di condurre le persone -ancor prima che divengano delle vittime- a scoprire che anche l’esperto e il soccorritore più preparato provano le stesse emozioni. Ma conoscono ed utilizzano comportamenti e tecniche per affrontare il pericolo, che possono essere appresi e attivati da tutti.

    LA PAURA
    La Paura è una delle pulsioni fondamentali dell’uomo; emozione che attiva comportamenti di risposta al pericolo con la funzione biologica di proteggere l’organismo per prepararlo all’azione di fronte ad un accadimento non previsto ed improvviso. Nonostante vi siano livelli e gradi diversi di manifestazione e sperimentazione personale della paura dipendenti dalla personalità dalle esperienze e dalle conoscenze di ognuno, la maggior parte di coloro che un’emergenza hanno vissuto, ammettono la consapevolezza di tale “stato emotivo” in una situazione sconosciuta di fronte alla quale non si sa bene che fare. Tale “stato d’animo” non è solo di oggi e ben lo racconta e descrive in modo naturale e raffinato il grande Dante; la sua descrizione della paura è così reale ed umana, che ogni persona “istintivamente” arriva a comprendere il messaggio, riesce a rivedersi in una sua propria situazione vissuta o ad immaginarne una possibile e al tempo stesso, riesce a far proprie semplici ed utili informazioni “tecniche” e “specialistiche” -se così posso definirle- per riconoscerla e accettarla come una delle “umane cose”. Racconta quando dove è perché ha provato paura; come e quando è riuscito a ridurne l’intensità e chi gli è stato di aiuto; descrive la situazione e gli indicatori fisico/fisiologici del manifestarsi della sua paura, perché il lettore possa immedesimarsi nei suoi panni e capire meglio la sua reazione; ben evidenzia ed esprime la necessità
    del pianto, che non è visto come una debolezza ma come una necessità fisiologica; precisa al lettore che, per quanto lui abbia tentato di spiegare questo suo stato, qualsiasi descrizione si rivela inferiore a ciò che lui ha provato veramente e lascia all’intelligenza e sensibilità del lettore capire e immaginare. L’impatto con l’emergenza è personale! Ma questa emozione originaria di salvaguardia, può degenerare in panico in una situazione di crisi intensa e di forte tensione quale è un’emergenza, che attiva meccanismi psicologici capaci di destrutturare il comportamento.

    IL PANICO
    E' il livello estremo della paura: risultato dell’incapacità temporanea dell’individuo di controllarla che si traduce in un comportamento in genere dannoso per la sua salvaguardia; è la sensazione acuta che impedisce all’organismo di elaborare una strategia di salvezza, moltiplica in modo esponenziale il numero delle vittime, porta a reazioni primitive di fuga incontrollata e una volta scatenato non si argina. Il panico provoca l’abbassamento -fino anche al livello zero- dello stato di coscienza, della soglia di attenzione, della soglia di vigilanza, della facoltà di ragionamento e della capacità del corpo di rispondere ai comandi del cervello.
    Si può, però, cercare di prevenirlo con un’adeguata preparazione:
    -apprendimento cognitivo (informazione e formazione),
    -addestramento psicomotorio,
    -automatizzazione dei comportamenti,
    -simulazioni di emergenza.
    E’ quindi molto importante che tutti -operatori delle diverse Istituzioni, soccorritori, e cittadini- conoscano i potenziali pericoli del territorio in cui vivono e i relativi comportamenti di “Autoprotezione” per poter re-agire e interagire fra loro nel modo più proficuo ed adatto in caso di emergenza.

    MOTIVAZIONE & BISOGNI

    Ogni essere umano -indipendentemente dal luogo di origine, età, sesso, istruzione, .....- percorre un proprio cammino. Cammino che si intreccia necessariamente con quello di altri uomini. Ognuno, spinto dai suoi bisogni, è motivato ad agire; si pone cioè delle mete e degli obiettivi per raggiungere i quali progetta e programma delle attività, che realizza o meno grazie alle capacità e possibilità personali e all’ interazione con i propri simili, sulla base di conoscenze, frutto dell’esperienza personale e della specie. Per agire, in ogni caso, l’individuo ha bisogno di una o più motivazioni. Motivazione è infatti quel processo che funzionalizza le attività dell’organismo verso una meta, gratificante e di salvaguardia. Vi sono motivazioni primarie (di natura fisiologica), motivazioni secondarie (di natura personale e sociale acquisite con l’esperienza dell’ individuo e della specie) e motivazioni di livello superiore (prettamente umane quali gli obiettivi esistenziali, gli ideali, i propositi, i programmi e le aspettative). Le motivazioni possono essere semplici o complesse, consce o inconsce, transitorie o persistenti e sono studiate e descritte dalla psicologia, dalla neurofisiologia e dalla biochimica. La motivazione determina sempre una condotta; ovvero genera un’azione, che è sempre polimotivata ed è il risultato del desiderio per ... (potere e status sociale) e del timore di ... (ostracismo sociale e minaccia alla stima di sé). E’ frutto di un bisogno che l’individuo tende a soddisfare, pena la frustrazione dello stesso. Vi sono bisogni primari e secondari organizzati in una “scala”.
    Una fra le più note è quella di Maslow che identifica:
    - bisogni fisiologici quali fame, sete....;
    - bisogni di salvaguardia o salvezza quali sicurezza, ordine...;
    - bisogni di appartenenza e amore quali affetto, identificazione...;
    - bisogni di stima quali prestigio, successo...;
    - bisogni di realizzazione di sé quali appagamento dell’ Io... .
    Scala che va, sostengono i più, dalle “viscere alla mente”. Un nuovo e più alto bisogno può insorgere solo quando il bisogno precedente è stato soddisfatto. Si dice che: “Gli uomini che devono faticare per procurarsi il cibo, non possono sentire la necessità di cercare bellezza e conoscenza”.
    Mano a mano che si sale, i bisogni più bassi assumono un ruolo di minore importanza nel sistema totale dei bisogni, ma ... possono riemergere in particolari situazioni quali un’emergenza grave e/o una catastrofe. Lo stesso bisogno può essere soddisfatto in modo diverso dagli individui, ma comune a tutti è la scomposizione dell’obiettivo posto, in tanti sotto obiettivi -teoria dei piccoli passi, utile a sostenere l’azione- perché così lo stesso è più facilmente raggiungibile. “ Nulla incoraggia come il successo ” ma ... “ Nulla scoraggia come l’insuccesso”. L’individuo manifesta, oltre i bisogni personali, anche dei bisogni sociali. Fra i più importanti e rilevanti a livello sociale in riferimento all’ uomo occidentale, si possono evidenziare il bisogno di:
    • Affiliazione --> appartenenza, stare insieme
    • Possesso --> guadagno materiale, accumulo di riserve
    • Prestigio --> solo per chi è al di sopra della soglia di sopravvivenza
    • Potere --> desiderio di controllo e dominio: elementi che sono importanti per il funzionamento di una società
    • Altruismo --> orientato verso il sé quanto verso gli altri, tanto che alcuni lo interpretano come una forma di Egoismo
    • Curiosità --> necessità di esplorare, manipolare per acquisire, dominare ...
    Tutti i bisogni possono avere, ovviamente, due opposte valenze: una positiva e una negativa.

    EMOZIONI
    Nonostante vi siano diverse teorie per qualificare e spiegare le emozioni, viste ora come causa e ora come effetto delle nostre azioni, è chiaro un principio: “Le emozioni si identificano con l’azione dell’Individuo sul mondo esterno “. Vi è dunque un fondamento biologico molto importante, cui va associata l’influenza delle relazioni fra le persone (manifestazioni collettive). Le emozioni sono da considerarsi dei “cambiamenti in preparazione all’azione” e possono nascere solo da fatti che abbiano un determinato significato. Quei fatti che possono costituire uno stimolo significativo; ovvero, che tocca gli interessi del soggetto. Un’emozione può essere letta, anche se non detta (linguaggio non-verbale).

    LA CONOSCENZA
    La conoscenza è - insieme alla motivazione e ai tratti di risposta interpersonale - uno dei fattori psicologici fondamentali presi in considerazione dalla psicologia sociale. Fattori che modellando l’individuo e sono a loro volta modellati da esso, originando ciò che è chiamato: “ Evento comportamentistico interpersonale “. Perciò, il comportamento dell’individuo nella società (sistema integrato di tanti sottosistemi), è uno dei tanti aspetti dei problemi globali che investono la società stessa, la cui soluzione richiede gli sforzi integrati di molte sue componenti: autorità di governo, legislatori, esperti tecnici dei vari settori, sociologi, .. e del “sig.Rossi”, cioè di ogni singolo Individuo, di ciascuno di noi. Ogni Individuo ha una propria “ immagine “ o “ mappa “ del mondo di tipo individuale che si forma in relazione ai diversi punti di osservazione, determinati dall’ambiente fisico, dalla struttura fisiologica, dai bisogni, dagli scopi e dalle esperienze passate di ognuno (Memoria del Vissuto). Ciò nonostante, vi sono molti tratti comuni nella immagine che tutti hanno del mondo, dovuta alla conformazione del sistema nervoso e ad alcuni bisogni comuni e ciò ci consente delle generalizzazioni utili a definire alcune risposte comportamentali comuni. Le conoscenze di un individuo si organizzano in maniera selettiva (fattori stimolo e fattori personali) e vengono raggruppate in sistemi conoscitivi, il più importante dei quali - per le sue implicazioni sociali - è quello di causa/effetto. La conoscenza è in stretto rapporto con i bisogni e gli scopi dell’individuo e l’ostacolo alla soddisfazione di un bisogno (frustrazione), è uno dei fattori più importanti per l’inizio del cambiamento conoscitivo. Quando entriamo in relazione con una persona e/o una situazione, ne abbiamo -prima di tutto- una percezione, così come ci accade per tutti gli oggetti del mondo esterno a noi. Ci formiamo cioè, una prima impressione che può essere influenzata dall’effetto alone, dalla teoria implicita della personalità e dagli stereotipi.

    LA PERSONALITA'
    Allport la definisce come:
    “L’organizzazione di quei sistemi psicofisici che stabiliscono l’adattamento dell’Individuo all’ambiente“ Ognuno di noi, cioè, ha una propria organizzazione delle percezioni, delle motivazioni e delle risposte che componendosi fra loro in misura variabile, lo rendono unico ed irripetibile.

    TRATTI DI RISPOSTA INTERPERSONALE
    E’ la tendenza dell’Individuo, più o meno stabile, a rispondere agli altri in un modo caratteristico. I tratti di risposta interpersonale possono essere considerati i prodotti ultimi delle particolari esperienze personali nel soddisfare i bisogni più frequenti ed intensi. La conoscenza di essi è utile alla comprensione e alla descrizione dell’uomo sociale, a comprendere il suo comportamento e a prevenire, almeno in parte, le sue azioni e le sue re-azioni.
    Fra i tratti primari di risposta interpersonale ricordiamo le:
    • Disposizioni di RUOLO (sembrano importanti nel determinare il modo in cui l’Individuo svolge la propria parte negli eventi comportamentistici interpersonali: disinvoltura, dominanza, iniziativa sociale, indipendenza)
    • Disposizioni SOCIOMETRICHE (indicano la simpatia e l’interesse per gli altri e la fiducia che in essi il soggetto ripone: accettazione degli altri, socievolezza, cordialità e comprensione)
    • Disposizioni ESPRESSIVE (è il modo particolare in cui l’Individuo risponde agli altri, cioè il suo stile: competitività, aggressività, consapevolezza di sé, esibizionismo)

    IL RUOLO
    In sociologia :
    “Ruolo è il comportamento che ci si attende da parte di chi occupa una determinata posizione sociale”. Perché la società possa funzionare, ogni Individuo deve occupare una precisa posizione e deve svolgere il proprio ruolo. Il ruolo è dunque un modello cui adeguarsi, ha una funzione normativa; ma, nonostante vi siano ruoli ben definiti, gli Individui possono avere, al loro interno, atteggiamenti diversi (cioè esercitare il ruolo con un proprio stile). Ogni singolo Individuo può ricoprire più ruoli che possono essere compatibili o generare conflitto. Il ruolo è diverso dalla personalità, anche se sono sempre in stretta relazione:
    “ RUOLO “ è il comportamento verso gli altri, che si esplicita in ogni posizione sociale
    All’interno di un gruppo di volontariato di protezione civile, vanno ovviamente ben definiti e precisati e va ricordato che ogni Individuo dovrebbe essere “utilizzato” per ciò che meglio sa fare, perché così potrà offrire le maggiori garanzie di riuscita nelle diverse fasi e nelle diverse zone del contesto in cui sarà chiamato ad operare. “ PERSONALITA’ “ è il comportamento del singolo

    [U]IL GRUPPO[/U]
    INSIEME RELATIVAMENTE PICCOLO DI INDIVIDUI CHE ENTRANO IN RELAZIONE SULLA BASE DI INTERESSI O CARATTERI COMUNI E CHE INTERAGISCONO TRA LORO Ciascun individuo vive in un microcosmo che talvolta scambia per il mondo intero! Ogni società è composta da molteplici e diversi gruppi e organizzazioni che “COINVOLGONO” gli individui in modi e maniere diversi. Si appartiene ad un gruppo per soddisfare dei bisogni e quindi, condividendo gli stessi bisogni, si creano gli “SCOPI” del gruppo. Ogni individuo di questo o quel gruppo, contribuisce a modellare e modificare il gruppo di cui fa parte e -al tempo stesso- ne è “modificato”.
    In ogni gruppo formale, sono elementi molto importanti:
    - le DINAMICHE INTERNE
    - la GESTIONE
    - CHI guida e/o Ccoordina (LEADER)
    - COME viene guidato (LEADERSHIP)

    CHI APPARTIENE AD UN GRUPPO DOVREBBE AVERE:
    - Elevato senso di identificazione
    - Elevato senso di lealtà
    - Capacità di conformarsi alle regole
    - Capacità di conformarsi alle norme
    - Capacità di conformarsi ai valori
    - Capacità di conformarsi allo stile di vita del gruppo
    L’INDIVIDUO INFLUENZA IL GRUPPO <--->ILGRUPPO INFLUENZA L’INDIVIDUO

    LA LEADERSHIP
    E’ la più importante e complessa delle abilità sociali e la sua natura è propriamente RELAZIONALE. Il LEADER è una persona che può influenzare gli altri ad essere più efficaci nel lavorare per realizzare i propri reciproci obiettivi e nel mantenere efficaci relazioni di lavoro fra tutti gli appartenenti a “quel” gruppo. Al leader viene richiesto il possesso di qualità e competenze capaci di sostenere la coesione e l’efficacia collettiva del gruppo. Vi sono diversi tipi di LEADERSHIP, ognuna delle quali può essere esercitata con diverse modalità. Vi è, inoltre, una LEADERSHIP ISITUTZIONALE: il rapporto che si stabilisce a diversi livelli tra il dirigente e i subalterni in un sistema sociale (politico, produttivo, educativo, ... ) o anche in piccolo GRUPPO FORMALE.
    Oggi studi recenti sostengono si stia andando verso nuove e diverse forme di leadership, e, secondo la teoria delle “azioni distribuite” si parla di leadership DIFFUSA e CONDIVISA, in grado di guidare il cambiamento, valorizzare tutte le risorse, far esprimere il potenziale individuale e collettivo, far crescere il livello culturale. Oggi, quindi, la leadership è fortemente orientata all’ APPRENDIMENTO e al CAMBIAMENTO
    Si delineano così quattro vertici del profilo di tale nuova leadership
    -Visione/Sfida
    -Credibilità/Fiducia
    -Motivazione/Enpowwerment
    -Esempio/Guida
    IL LEADER assume il ruolo di capo di un’organizzazione, di un gruppo, grazie al fatto che le sue decisioni e le sue idee, i suoi comportamenti e atteggiamenti INFLUENZANO IN MODO POSITIVO I COMPONENTI DELLA COLLETTIVITA’ CONSIDERATA ed è funzionale ai problemi di organizzazione, direzione, progettazione per il raggiungimento di un fine e di una meta e, non si può ridurre ad ascendente personale, né ad un fatto casuale.
    NON ESISTE GRUPPO SENZA LEADER<-->NON ESISTE LEADER SENZA GRUPPO

    LEADERSHIP NELLA PROTEZIONE CIVILE
    (relazione della dott.ssa Flavia Moro su esperienze di Protezione civile)
    Osservando e vivendo da anni, come volontaria e come osservatore esterno, la realtà dei diversi gruppi di volontariato di Protezione Civile, mi sembra di poter a ragione dire che il livello organizzativo e le capacità di intervento siano oggi decisamente buone, con punte di vera eccellenza.Ma, di contro, si assiste anche da più di qualche anno, a crescenti difficoltà di “gestione” di tali gruppi e a richieste sempre più pressanti -seppur inconsce- di mantenere alte le motivazioni dello stare insieme per un fine ed un obiettivo comune, dichiarato e condiviso da tutti i membri. Oltre ciò, si aggiunga che l’opera di prevenzione –anche se ancora carente- ha fortunatamente ridotto il numero dei maxi eventi che fino agli anni ’80 avevano mobilitato il “cuore” di centinaia e centinaia di volontari e oggi le organizzazioni hanno raggiunto livelli tecnici e tecnologici di intervento assai elevati. Cominciano ad apparire e a gravare sui risultati stessi degli interventi, le carenze “tecniche” di un elemento importantissimo efondamentale che fino ad ora era stato “gestito” con il ‘buon senso’ e l’esperienza personale. Ciò che oggi si evidenzia come “carenza” è una reale e attuale conoscenza tecnica di “gestione del gruppo”. Tale carenza, si evidenzia come “necessità di naturale rinnovamento” –anche se non precisamente definita- da parte di molti, soprattutto delle fasce più giovani del volontariato, come elemento capace di rivitalizzare l’entusiasmo “perduto” dei “vecchi” e portare idee nuove. I volontari, che da sempre hanno messo al primo posto i valori umani in relazione alle vittime, sembrano non sapere o non voler riconoscere che è necessario mettere al primo posto tali valori anche all’interno del gruppo dei soccorritori, nei confronti di ciascun volontario. Prioritario sembra quindi essere il problema delle RELAZIONI fra i membri di un gruppo -perché possa oggi progredire e continuare ad esistere- e, importantissimo, tra i membri delle diverse Organizzazioni di volontariato, anche in considerazione del fatto che oramai com’è logico e naturale in molti casi, si parla di coordinamenti o collaborazioni intercomunali o provinciali. Si sta via via evidenziando, oggi, la necessità di un modo nuovo e diverso di condurre e guidare i gruppi, tale per cui siano favorite non solo come già in passato le competenze di tutti, ma anche la creatività e l’individualità di ciascuno seppur dentro i precisi confini delle regole delle finalità degli obiettivi di quel gruppo e, della normativa che regolamenta il mondo del
    volontariato. Vi è, dunque, la necessità di guidare in modo attuale la partecipazione veramente attiva di tutti:
    - per la definizione degli obiettivi e dei processi di risoluzione dei problemi che mano a mano possono modificarsi con il tempo e l’esperienza;
    - per la scelta dei percorsi da intraprendere e delle decisioni utili a mantenere vivo e vitale il gruppo;
    - per la volontà di continuare a farlo crescere non solo e non tanto in vista dell’intervento in emergenza, ma anche e soprattutto per il tempo che la precede al fine di ridurne quanto più gli effetti limitando l’intervento stesso;
    - per la necessità di dare a tutti una diversa possibilità di crescita personale in un confronto continuo ed aperto di posizioni anche
    diverse.
    Fra gli obiettivi prioritari di un gruppo –oggi- deve esserci la “sopravvivenza” la vita e la crescita del gruppo stesso e, solo dopo di ciò e alla luce di questo nuovo e diverso “stare insieme”, saranno riconsiderate le capacità di intervento in emergenza. Un gruppo così, al passo con i tempi e i processi di innovazione gestionale, necessita però di “guide” diverse da quelle di un tempo. Con questo non si intende “mandare in pensione” chi fino ad oggi ha dedicato tempo energie risorse emozioni ai gruppi, perché la memoria del vissuto è un importantissimo elemento di continuità e di crescita, ma si vuole sollecitare un “avvicendamento” nelle funzioni di guida. Un gruppo che non ha il coraggio di affidare le funzioni di guida ai giovani, che non fa spazio al nuovo, che non si apre al confronto e –perché no- talvolta anche allo “scontro costruttivo” delle idee, che frena il cammino al … domani, è un gruppo destinato a morire senza lasciare alcuna eredità positiva. Oggi, i gruppi necessitano di esperti capaci nella “gestione delle risorse umane” in modo tecnico e specialistico. Oggi servono nuove figure di responsabili, in grado di modificare e attualizzare le modalità di conduzione dei gruppi, in grado di offrire a ciascun volontario il giusto spazio e la relativa autonomia gestionale per poter mettere in pratica, le molte idee che spesso -superficialmente e per timore del nuovo- vengono “cassate”.
    Ricordo ancora con affetto “il comandante” del gruppo di volontariato di protezione civile di cui divenni membro tanti anni fa! Tale termine definiva e definisce tutt’ora una figura ben definita e precisa, con un ruolo ed una modalità di conduzione ben precise! Figura storica, ma decisamente superata, perché non più funzionale alle richieste e alle esigenze della realtà odierna. Oggi, serve una diversa figura di LEADER, capace di uno stile di LEADERSHIP “diffusa e condivisa” che superando tutte le vecchie teorie, pur conservando alcuni fondamentali ed importanti tratti di quanto l’esperienza ha fin qui insegnato, metta tutti i membri del gruppo in condizione di “responsabilità” nello svolgimento delle funzioni necessarie al raggiungimento degli obiettivi, al tenere vivo l’interesse comune e al mantenimento delle migliori condizioni di lavoro. Studi e sperimentazioni attuali sostengono che “leader si diventa”! Quindi, chi meglio dei giovani -certo con una spiccata personalità e indubbie capacità competenze ed energie- può raccogliere questa sfida? Chi meglio di loro può avviare tale processo di profondo rinnovamento che porti a questa leadership propriamente relazionale, lasola capace di sostenere la coesione e l’efficacia collettiva del gruppo?
    Il leader di oggi deve:
    - essere capace di garantire buone relazioni fra i membri e un buon clima di lavoro;
    - facilitare i processi del team per il raggiungimento di due obiettivi fondamentali: il prodotto e il processo;
    - rappresentare il gruppo nelle relazioni esterne;
    - risolvere i problemi del gruppo;
    - aiutare il gruppo ad affrontare e risolvere i conflitti, fornendo sfide adeguate e compiti motivanti;
    - allenare e prendersi cura dei singoli membri del gruppo, riconoscendo i bisogni individuali e del gruppo;
    - condividere realmente il “potere” per dare valore alla fiducia, che sola crea fiducia crea autostima e … produce grandi leader!
    Ma, soprattutto, l’aspirante leader deve essere motivato a cambiare se stesso, abbandonando molti assunti che hanno guidato le sue azioni anche in un passato recente. Perché la leadership, è un potente agente di cambiamento! Credo sia questa la sfida attuale, richiesta ai gruppi

    COMUNICAZIONE E INFORMAZIONE
    Nel momento in cui le persone si trovano a vivere l’emergenza, fra i tanti “bisogni” che emergono vi è anche quello di “sapere che cosa è accaduto” e “sapere che cosa bisogna fare”; perché in situazioni “dominate dal mutamento e dall’incertezza” (Lombardi, op. già citata), solo la conoscenza consente di razionalizzare l’accaduto, offrendo maggiori garanzie per gestire in modo meno emotivo l’evento, così da ridurre in modo significativo il danno.
    COMUNICAZIONE in linguistica è: TRASMISSIONE DI INFORMAZIONE MEDIANTE MESSAGGI DA UN EMITTENTE AD UN RICEVENTE
    Non necessariamente solo VERBALE, come si è in genere portati a pensare nella maggior parte dei casi, ma anche NON-VERBALE (che tanta rilevanza può assumere in situazioni “precarie” e/o particolari)
    Nella comunicazione vi è sempre:
    - un ASPETTO TECNICO
    - un ASPETTO RELAZIONALE
    Ognuno dei quali ha un livello tecnico e un livello pratico. Se dunque consideriamo la COMUNICAZIONE una TRASMISSIONE DI INFORMAZIONI, mediante MESSAGGI da un emittente ad un ricevente dobbiamo ricordare che è importante definire:
    -CHI dice qualcosa
    -CHE COSA dice
    -IN CHE MODO viene detto e/o dato il messaggio
    -A CHI viene rivolto il messaggio
    -CON QUALI effetti
    -A CHE SCOPO viene detto, ovvero: qual è l’ OBIETTIVO
    In emergenza, ci sono talmente tante e diverse informazioni in ingresso e in uscita, che l’individuo rischia di non sapere più cos’è vero e cosa non lo è. In emergenza l’informazione diventa anch’essa un bisogno fondamentale, perché “l’essere a conoscenza” di quanto è accaduto e di ciò che si deve fare, serve a ridurre lo stato di ansia che sempre prende le “vittime”; ma non solo loro. In emergenza informare ed ancor più ESSERE INFORMATI significa “RAZIONALIZZARE” il problema e, quindi, divenire consapevoli e coscienti che il problema esiste. La COMUNICAZIONE è strategica per la messa in atto di comportamenti adattivi che consentono di vivere nell’emergenza.
    COMUNICARE, PRODUCE SEMPRE UN EFFETTO, IMPARARE A GESTIRE LA COMUNICAZIONE E IMPARARE A GOVERNARE I PROCESSI INFORMATIVI E’ ELEMENTO ESSENZIALE NELLA GESTIONE DELL’EMERGENZA.
    Un processo di formazione che miri a modificare nel tempo atteggiamenti e comportamenti di un gruppo sociale, si presenta come un percorso lungo e faticoso che richiede grande professionalità, coerenza, disponibilità, flessibilità e costanza da parte di chi lo attiva e gestisce. A tal riguardo, le esperienze realizzate negli anni hanno fornito alcune utili e significative indicazioni. Con gli adulti è in parte poco utile –perché più restii a modificare i loro atteggiamenti e le loro convinzioni- ma ugualmente va tentato e provato perché almeno una parte di loro “riflette” sul problema; con i giovani vanno cercate strategie diverse da quelle fin ora usate, soprattutto più coinvolgenti dal punto di vista pratico; con i bambini e i ragazzi la strada è decisamente più semplice grazie alla loro sincera disponibilità e al loro desiderio anche di “novità”. Nei loro confronti è doveroso ed indispensabile, perché crescano con un atteggiamento diverso dal nostro (gli attuali adulti dell’italica penisola). Indipendentemente dalle opinioni ed idee personali riferite sia alla problematica posta sia alle esperienze realizzate, le persone coinvolte nelle sperimentazioni fin qui attuate hanno manifestato alcuni precisi desideri e necessità che possono essere definiti “bisogni di carattere emotivo-cognitivo” -come dice il prof. Lombardi- che
    potrei così riassumere in modo schematico:
    -conoscere in modo preciso e puntuale il territorio e i rischi cui potrebbe essere soggetto;
    -conoscere le reali possibilità che un rischio si verifichi e quali conseguenze ci potrebbero essere, nel caso si verificasse;
    -conoscere le tecniche di gestione del gruppo, le modalità di guida, le tecniche per relazionarsi in modo efficace con le vittime (competenza emotiva personale e sociale);
    -conoscere e saper mettere in atto i comportamenti di aiuto/soccorso e autoprotezione adeguati all’evento e poterli sperimentare con adeguate simulazioni;
    -conoscere e saper mettere in atto comportamenti precisi e sicuri per collaborare più proficuamente con le Istituzioni e in generale con i soccorsi. Nessuno chiede al cittadino di sostituirvisi!;
    -capire il perché delle nostre e delle altrui possibili reazioni emotive, come accettarle in quanto reazioni normali in una situazione anormale e straordinaria;
    -avere indicazioni per potersi documentare anche “in proprio”;
    -conoscere le strutture dello lo Stato -nelle sue diverse articolazioni- e come vengano attivate e messe in campo.
    Ulteriore grande passo avanti è maturare la consapevolezza e accettazione dei propri e altrui limiti: il delirio di onnipotenza proprio o il pensare che l’altro sia capace di cose straordinarie è nemico dell’emergenza. Le uniche “cose” cui si può associare l’aggettivo “straordinario” siamo noi esseri umani e l’emergenza stessa. Ogni persona nella sua individualità e nel suo essere a sé, è portatore di qualcosa di proprio differenziato e distinto che non trova eguale in altri esseri esistenti; risultato dell’intreccio di vari e diversi elementi: corredo con cui si nasce, ambiente in cui si vive, cultura di appartenenza, società di cui si è membri. Tutto ciò porta l’individuo ad elaborare un proprio vissuto che ha solo alcune caratteristiche comuni ad altri individui. Al di là quindi delle generalizzazioni, per altro utili e necessarie ad elaborare strategie di azione, ogni individuo mette in atto proprie “re-azioni”, cioè propri comportamenti di risposta agli stimoli esogeni e/o endogeni che lo colpiscono . Ma, se solo ciò che si è vissuto si può ricordare in modo sicuro (memoria del vissuto), allora diventa importante poter sperimentare il maggior numero di situazioni, simulate ovviamente, per potersi “provare”. L’individuo deve essere “educato” a problematizzare la realtà perché solo così sarà in grado di pensare ipotesi e provare verifiche. Pluralità e diversità di problemi stimolano pluralità e diversità di ipotesi e verifiche, sì da consentire ad ognuno di noi di formarsi un proprio abito mentale, capace di attivare risposte efficaci ed efficienti sia nell’ordinarietà del normale e del quotidiano, sia nella straordinarietà dell’imprevisto e quindi anche
    del pericolo. Tradotto in pratica significa che ciascun membro, di ciascuna comunità, dovrebbe: SAPERE per SAPER FARE per SAPER ESSERE Ovvero, “comportarsi” nel modo adatto alla situazione agente e agita.
    Nella prospettiva della Protezione Civile ciò potrebbe significare non tanto preparare un numero enorme di “uomini” (volontari o meno) super addestrati e super specializzati (pochi, nei posti giusti), bensì EDUCARE il maggior numero dei membri di quel gruppo sociale all’acquisizione di uno specifico abito mentale che consenta loro di attivare comportamenti adatti di risposta soprattutto al pericolo, nei diversi momenti spazio/temporali che lo caratterizzano. Oggi purtroppo, sembra ancora difficile coinvolgere interi gruppi sociali in un serio e approfondito programma di “educazione alla sicurezza e alla protezione civile”, nonostante la gran quantità di stimoli e risorse che vi sarebbero a disposizione. Anche perché, sempre più rilevante è l’aspetto della “relazione” dentro e fuori i gruppi di volontariato. L’individualismo di cui oggi sembra soffrire l’umanità, impedisce spesso al “soggetto” di ricordarsi che anche lui contribuisce a far funzionare il complesso sistema di cui è parte integrante; ne è uno degli innumerevoli sottosistemi e non può “chiamarsi fuori” in nessuna occasione, pena una reazione a catena che può portare ad una situazione di emergenza o ad un suo peggioramento. Quasi a dimostrazione e riprova che il volontariato di Protezione Civile può essere molto utile -forse anche più utile!- prima del verificarsi di un evento, nella fase di PREVENZIONE e di FORMAZIONE! La convinzione è che solo una adeguata formazione dei volontari, dei diversi gruppi in rete fra loro, –che spazi in tutti i campi e non si limiti solo ad essere tecnica/materiale- e una seria informazione di tutti i cittadini può contribuire a ridurre i danni di un evento, pur considerando le difficoltà logistiche di coinvolgimento della popolazione e la riluttanza a modificare atteggiamenti e comportamenti anche dei volontari stessi. Questo aspetto fino ad oggi trascurato nella loro preparazione che riconsideri la gestione stessa dei gruppi, non più “al comando” di … ma capace di attuare una leadership diffusa e condivisa, può essere un importante motore di cambiamento e adeguamento alla realtà.
    In sostanza, è necessaria una continua e profonda opera di EDUCAZIONE, anzi di RI-EDUCAZIONE intellettuale, morale e fisica. Educazione del conoscere, del volere e del fare, che sola può recuperare la dignità troppo spesso perduta e la capacità dell’uomo di “volare alto” e di continuare a “sognare”. Ritrovare cioè la capacità di vivere le proprie azioni ed emozioni entro i confini biologici e fisiologici naturali.
    A chi questo compito? Al “TERRITORIO”! Territorio che, con i suoi innumerevoli sottosistemi che lo strutturano concretamente, ha dimostrato –nelle esperienze realizzate- di avere le capacità per offrire una risorsa multipla capace di porre l’attenzione e l’accento sull’educazione morale -del volere, della sfera etica- per consentire al singolo di far convivere in lui autorità e libertà non in un dilemma continuo, ma ... in una ragionevole risposta. “Se l’autorità si fa legge che rispetta le coscienze e la libertà si fa coscienza che rispetta la legge, allora l’autorità “propone” la legge come itinerario di realizzazione della libertà” (L.Bognandi). Tutto ciò non servirà ad eliminare disastri e catastrofi, ma potrà servire ad ognuno di noi a trovare e provare altre e diverse risorse interne per affrontare il possibile “evento” nostro e/o altrui .
    Il cammino dell’uomo è sempre stato e resterà sempre fondamentalmente una incognita, ma questo non significa che sia un cammino impraticabile.

    “ ... caminante! No hay camino. El camino se hace el andar!" (A. Machado)
    Fine lezione
    Ultima modifica di Mande; 29-08-11 alle 21: 37

  10. #10
    Maresciallo L'avatar di Mande
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    Lezione 7 - DPI (DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE)

    LEGGI (relazione INAIL su attività in cantieri stradali/equiparati a crash)
    Per le leggi in materia di sicurezza vi rimando a queste due discussioni presenti sul forum:
    http://www.militariforum.it/forum/sh...-volontari-P-C
    http://www.militariforum.it/forum/sh...-dei-volontari
    Inoltre tutti gli interventi, come sicurezza, vengono equiparati a cantieri stradali temporanei,
    I volontari vengono equiparati a lavoratori dipendenti.

    Obblighi dei Datori di Lavoro e del Dirigente Art. 18 D.Lgs. 81/08
    • adottare ed aggiornare le misure di prevenzione ai fini della salute e sicurezza del lavoro
    • affidare a ciascun lavoratore compiti confacenti alla sua salute e capacità
    • fornire idonei D.P.I. (Dispositivi di Protezione Individuali)
    • informare e formare ciascun lavoratore sui rischi specifici presenti in cantiere utilizzando gli strumenti informativi (POS, manuale d’uso e manutenzione delle macchine, ecc.)
    • adottare misure affinché soltanto lavoratori che abbiano ricevuto una formazione specifica accedano a zone che li espongono a rischi gravi
    • informare i lavoratori esposti a rischio grave ed immediato sulla natura del rischio e sui provvedimenti da adottare per eliminarlo
    • designare preventivamente i lavoratori incaricati del primo soccorso,delle misure di prevenzione incendi e dell’evacuazione dai luoghi di lavoro. (nominativi da inserire nel POS)
    • richiedere ai lavoratori l’osservanza dell’attuale normativa in campo di igiene e sicurezza del lavoro e le specifiche disposizioni aziendali
    • sottoporre i lavoratori alla sorveglianza sanitaria a cura del medico competente
    • dotare i lavoratori di tessera di riconoscimento completa dei dati dell’impresa e del nominativo del lavoratore e della sua fotografia
    Obblighi dei preposti (capocantiere - caposquadra - capoturno) Art. 19 D.Lgs. 81/08
    • vigilare sull’osservanza da parte dei lavoratori degli obblighi normativi, delle disposizioni aziendali, delle procedure di sicurezza contenute nei documenti di cantiere (PSC, POS, Piano delle demolizioni, PIMUS), dell’uso dei D.P.I e dell’esposizione della tessera di riconoscimento. In caso di persistente inosservanza riferire ai propri superiori
    • verificare che solamente i lavoratori che hanno ricevuto una specifica formazione accedano a zone che li espongono a rischi gravi
    • dare istruzioni ai lavoratori in caso di pericolo grave ed immediato affinché abbandonino le zone di pericolo ed astenersi dal richiedere agli stessi di riprendere l’attività se le situazioni di rischio permangono
    • informare i lavoratori esposti a rischio grave ed immediato sulla natura del rischio e sui provvedimenti adottati per eliminarlo
    • segnalare al Datore di Lavoro o al Dirigente le deficienze dei mezzi, attrezzature di lavoro, dei D.P.I. ed ogni altra situazione di pericolo nell’ambito della formazione ricevuta
    • frequentare i corsi di formazione

    Obblighi dei Lavoratori. Art. 20 D.Lgs. 81/08
    • prendersi cura della propria sicurezza e salute e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, sulle quali ricadono gli effetti delle sueazioni od omissioni
    • osservare le disposizioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e dai preposti in materia di salute e sicurezza sul lavoro e protezione collettiva ed individuale
    • utilizzare correttamente le attrezzature di lavoro, le sostanze pericolose,i mezzi di trasporto ed i D.P.I. resi disponibili
    • segnalare ogni deficienza che interessi mezzi e dispositivi al preposto, al dirigente o al datore di lavoro
    • non rimuovere o modificare senza specifica autorizzazione i dispositivi di sicurezza, controllo e segnalazione
    • non compiere di propria iniziativa operazioni che non siano di propria competenza
    • partecipare ai programmi di informazione e formazione e sottoporsi ai controlli sanitari disposti dal medico competente
    • esporre la tessera di riconoscimento fornita dal proprio datore di lavoro
    Obblighi del datore di lavoro dell’impresa affidataria Art. 97 c. 1 D.Lgs. 81/08
    • verificare le condizioni di sicurezza dei lavori affidati e l’applicazione delle disposizioni e delle prescrizioni del Piano di sicurezza e coordinamento

    DPI
    Con tale sigla si intendono i prodotti che hanno la funzione di salvaguardare la persona che l’indossi ocomunque li porti con sé, da rischi per la salute e la sicurezza.
    Ricordiamoci che i D.P.I. aiutano il soccorritore a prestare la propria opera nel tempo e in salute; se un soccorritore si “vuole bene” e vuole operare con professionalità verso chi necessita di aiuto, non deve ignorare i D.P.I.
    LA FILOSOFIA DEVE ESSERE COERENTE CON L’ATTIVITA’ CHE UN SOGGETTO SVOLGE E PERTANTO E’ MOLTO IMPORTANTE ANCHE IL MESSAGGIO CHE TRASMETTIAMO ALLA POPOLAZIONE - NON POSSIAMO CHIAMARCI FUORI DA QUESTA FILOSOFIA
    In caso di grave infortunio, oppure in caso di morte di un volontario, la Legge cosa dice?Ogni evento viene valutato dai Giudici e
    pertanto si possono solamente dare dei suggerimenti da “buon padre di famiglia”, senza lasciare NULLA AL CASO. Spesso eliminare un RISCHIO
    non è possibile, ma sarà possibile limitarne le conseguenze. Il nostro obbiettivo finale è VINCERE e non andare all'ospedale, o peggio al cimitero.

    IMPORTANTE SUI DPI
    -Fornitura ai lavoratori
    -Manutenzione e pulizia
    -Corretto utilizzo
    -Obbligo di uso per rischi inevitabili.
    -Adozione di misure igieniche per l’utilizzo
    -Formazione e addestramento.
    -Istruzioni comprensibili ai lavoratori.
    -Informazione preliminare sui tipi di rischio dai quali
    -ciascun dispositivo protegge.
    -Disponibilità in azienda dei documenti contenenti le
    -informazioni su ogni dispositivo.
    -Addestramento all’utilizzo di D.P.I. di 3a categoria.
    -Fornitura ai lavoratori di necessari e idonei D.P.I.,
    -sentito il responsabile del S.P.P.
    -Cura, pulizia e divieto di modifiche
    CATEGORIE DI DPI
    1a categoria: D.P.I. di progettazione semplice destinati a salvaguardare la persona da rischi di danni fisici di lieve entità.
    2a categoria: D.P.I. che non rientrano nelle altre due categorie.
    3a categoria: D.P.I. di progettazione complessa destinati a salvaguardare da rischi di morte o di lesioni gravi e di carattere permanente.

    AUTORESPIRATORE
    L'autorespiratore ad aria (acronimo ARA) è un insieme di strumentazioni per poter respirare in ambienti saturi di gas nocivi (anidride carconica, fosgene ecc..
    In particolare è composto da:
    -la bombola, caricata con aria compressa, la riserva d'aria;
    -l'erogatore, che consente di respirare l'aria dalla bombola attraverso una maschera che comprende tutto il viso senza sforzo alcuno e soprattutto in condizioni fisiologiche pressoché normali. L'erogatore a sua volta si suddivide in primo e secondo stadio. Il primo stadio è il componente direttamente collegato alla bombola ed è utilizzato per ridurre l'alta pressione dell'aria contenuta nella bombola stessa (200 bar) fino ad una pressione intermedia detta anche bassa pressione di 8/10 bar superiore a quella ambiente. Il secondo stadio si collega al primo tramite un tubo a bassa pressione (chiamato comunemente "frusta"), e permette un'ulteriore riduzione di pressione, fino a quella ambiente rendendo l'aria facilmente respirabile per l'operatore. Esistono anche varianti a riciclo continuo di aria, che offrono un'autonomia pressocchè illimitata.
    Inoltre esistono maschere collegate ad un filtro che isolano e purificano l'aria repirata tramite reazioni di elementi presenti nel filtro, permettendo di poter respirare in ambienti contaminati (però saturi di aria respirabile).

    ABBIGLIAMENTO IDONEO
    Sono quegli abbigliamenti che permettono di poter operare in situazioni e con elementi pericolosi o comunque dannosi per la salute dell'uomo. Esempio è l'abbigliamento antincendio (con relativa calzatura) per poter affrontare un incendio, come tute antiacido per poter operare a contatto con sostanze corrosive, abbigliamento emorepellente e battericida per poter operare a contatto con sangue umano (ferite medicazioni ecc...), e ultimo ma non meno importante le tute stagne che permettono di adentrarsi in ambienti allagati e poter trarre in salvo delle persone mantenendo il corpo asciutto e la temperatura inalterata.

    PROTEZIONE DELLA TESTA
    I tipi di caschi più usati in ambiti di Protezione civile sono i classici caschetti da cantiere (che il loro compito maggiore non è proteggere da cadute di oggetti come molti pensano, ma di evitare urti con la testa su superfici dure), fino ad arrivare a caschi più evoluti per l'antincendio con visiere speciali, sahariana, copertura del collo e dei lati ecc...

    PROTEZIONE DEGLI OCCHI
    Da utilizzare in caso di utilizzo di attrezzature che producono frammenti volanti di oggetti (smerigliatrici, motoseghe ecc..) Inoltre esistono degli occhialini scuri per poter permettere di lavorare in sicurezza in caso di attrezzature che producano un'intensa luminosità (saldatrici ecc...)

    PROTEZIONE DELLE MANI
    Come per l'abbigliamento idoneo i guanti vanno abbinati per ogni esigenza necessaria (es. guanti in lattice o materiale isolante per il sangue; guanti antincendio per gli incendi ecc...)

    PROTEZIONE UDITO
    Da utilizzare in caso si utilizzino attrezzature che producano un elevato rumore. Esistono sia delle cuffie che dei tappi usa e getta. Durante il loro utilizzo prestare la massima attenzione se si è in strada o nelle vicinanze di reti ferroviarie perchè al sopraggiungere di eventuali mezzi, con le protezioni indossate non è possibile udirne il rumore, tantomeno eventuali segnalazioni acustiche!

    PROTEZIONE PIEDI
    Tutte le calzature indosaste devono avere suola rinforzata antitaglio, e punta di metallo. Inoltre, come per i guanti e l'abbigliamento idoneo, si richiedono calzature idonee per tutti i servizi particolari (es: isolate per allagamenti, antiacido se si maneggiano acidi ecc...)

    ALTA VISIBILITa'
    Obbligatoria in contesti stradali e di scarsa visibilità. Devono essere omologati per l'alta visibilità, di colore fosforescente e presente di bande riflettenti.

    OMOLOGAZIONI DPI
    Resistenza all'inquinamento batteriologico – EN 374
    Indumento alta visibilità – EN 471
    Indumento protettivo per motoseghisti e apicultura – EN 381/5
    Protezione da taglio –EN 412 - 1082
    Indumento protettivo per pronto intervento, incendio, boschivo, fonderia, saldatori e per propagazione limitata alla fiamma EN 470 – 531 - 533

    ESEMPIO - GRUPPO DI PC
    GRUPPO ATTENTO:
    La “prevenzione” diventa il denominatore comune dell’attività svolta. Tutti si impegnano a far crescere la “piantina” della “filosofia della prevenzione”. Un proporzionato impegno finanziario, un’analisi dei rischi e un’adeguata formazione, aiutano sicuramente i volontari e i responsabili , offrendo un servizio qualitativamente più valido al cittadini
    GRUPPO SUPERFICIALE:
    Considerando che la normativa vigente non obbliga i volontari a certi adempimenti, si preferisce impegnare le finanze per acquistare attrezzature e mezzi. Eventualmente, si provvederà a soddisfare alcune carenze molto apparenti.
    Ultima modifica di Mande; 31-08-11 alle 19: 20

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